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pubblicato da Massimo Locicero: Martedì 12 Settembre 2017 alle 12:13
Napoli ed il Mezzogiorno
Entrambi catturati dal dualismo italiano

Cosa vede lo sguardo di chi si sofferma nel suo immaginario su Napoli?

La comunicazione con l’altro è difficile da rendere comunicante, ed infatti si cerca di comprendere chi guarda e chi cerca di descrivere se stesso. Secondo Francesco Durante bisogna far notare “a chi ritiene che sia un poco troppo corrivo e contribuisca a diffondere nel mondo la più consumata cartolina di Napoli – quella fatta di vicoli, di ammoina, di vicoli, pazzarielli e pastasciutta – che questo spot, il cui impatto va preso tremendamente sul serio per mille motivi, che pare superfluo riassumere”. Il tema del problema è la riproduzione, in un tempo ed in uno spazio molto diverso dai secoli alle nostre spalle, che, nonostante tutto, riesce a ricostruire una sua “leggera, semplificata rappresentazione, la quale tuttavia conserva una speciale verità”. Che la comunicazione di D&G racchiude in un minuto e riporta alla doppiezza di Napoli: alla sua natura di ponte tra il Mediterraneo meridionale ed il legame Europeo dell’Italia alla nostra città.

Di Napoli si possono certamente dire due cose. Che la metropoli più meridionale dell’Italia è divisa da secoli in due campi opposti: miseria e nobiltà. Che la metropoli stessa divide da altrettanti secoli il Mezzogiorno in campi opposti essa stessa: le periferie invidiose della capitale. Secondo Galasso il lungo arco di questa duplice storia, che si misura in secoli, bisogna guardarlo con attenzione: “Ho avuto già modo più volte, e sento sempre opportuno ripetere, che chi guarda al Mezzogiorno deve essere fortemente strabico. Lo sguardo strabico di chi con un occhio guarda da un lato e con l’altro occhio dall’altro lato è, infatti, l’unico conveniente a chi voglia cogliere la realtà di ieri e la realtà attuale di quel mondo complesso che il Mezzogiorno è sempre stato, e tuttora è”.

Cambia, infatti, nel tempo il superamento di miseria e nobiltà, dopo la caduta del regno. Ma nei primi anni del ventesimo secolo nasce una bella epoque che, internazionale e capace di generare la crescita, convive con la parte debole e fragile dell’altra metà della popolazione. Vivere di equilibri instabili ma comunicanti è stata a lungo la forza di  Napoli. Nella seconda metà del ventesimo secolo cresce l’industria, e con essa gli operai, l’artigianato, il commercio, ma, dal terremoto del 1980 in poi, il dualismo tra le due aree della società, che avevano trovato un tempo una condizione reciproca di contaminazione e convivenza, si apre una strada di degrado e di svuotamento dell’economia reale e della finanza, della capacità di agire mediante le Università e le ricerche innovative.

Cresce male, insomma, la metropoli, che si degrada e cresce male, come in un cancro, proprio perchè si perde la reciproca comunicazione che, nel bene e nel male, potrebbe anche non essere più l’ultima metropoli meridionale dell’Italia. Progressivamente, oltre il 1980 ed il salto nel mondo dell’euro, non si guarda oggi Napoli come l’ultima frontiera del mediterraneo ma si percepisce uno sgretolamento progressivo della sua forza industriale, finanziaria, universitaria e culturale. Ma torniamo allo sguardo ed al racconto dell’altro rispetto a chi volge lo sguardo.

Il capo del Governo italiano, Paolo Gentiloni, ha descritto con pacatezza, ed una speranza latente, il processo che spinge la crescita economica dalla congiuntura alla struttura nell’assise di Cernobbio. Ed ha aggiunto, in questo modo, una terza frattura che, questa volta, non riguarda Napoli ed il Mezzogiorno; ma il dualismo crescente tra il Nord ed il Sud del paese. Un dualismo che ha progressivamente allargato i modi, i comportamenti degli attori e le dimensioni economiche delle opportunità assorbite dalle imprese. Gentiloni chiede, in questo caso e giustamente, di chiudere la scandalosa frattura tra le due Italie. Lo sguardo del centro nord non coglie né il degrado alle spalle degli anni ottanta che lo sguardo possibile di una ricomposizione, che raccolga sia l’economia che la dimensione socialmente attiva del paese.

Se il mondo si fermasse ci sarebbe una sorta di Matrioska ribaltata: il Nord lascerebbe andare il Mezzogiorno, che lascerebbe andare Napoli, mentre si rinchiuderebbero tra loro le regioni meridionali. Napoli. incapace di camminare, sui due binari di miseria e nobiltà oppure su quelli, più prossimi a noi, dell’industria e dei lavoratori, si ritroverebbe sbilanciata sul fianco di una nave che affonda. Capisco che il marketing del commercio internazionale si debba evolvere e che possa, e debba, trasformare e non congelare, le condizioni del tempo e dello spazio. Ma non si può certo vivere anche nella decadenza che esprime la metafora della nave sfondata. Ricominciamo dal basso, come ci suggerisce Gentiloni: riduciamo lo scandalo del Mezzogiorno e ricostruiamo la doppia natura di Napoli: la forza della intelligenza e la forza della comunità, camminiamo su due binari.

E la terna, allora, si chiuderebbe davvero: l’Europa, il Mezzogiorno e Napoli.

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