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pubblicato da Massimo Locicero: Venerdì 10 Marzo 2017 alle 14:47
Le persone e le cittą
Il tempo ed i comportamenti convivono nella comunitą urbana tra armonie e conflitti

Le città sono macchine complicate: sono la base materiale degli strumenti che devono utilizzare le persone, quando vivono nelle città. Ma le persone vivono un tempo limitato mentre le città si trasformano e rimangono, diverse e simili, per certi versi. Millenni e secoli servono a misurare il tempo storico della città. Comportamenti, razionalità e confusione, ricchezze e miserie sono, invece, la dimensione psicologica delle persone che vivono, meno di cento anni, la loro vita nelle città. Le persone si consumano più velocemente delle città. Negli ultimi tre secoli sia la popolazione che le città hanno cambiato la storia, delle città, e la psicologia delle persone molto rapidamente: producendo confusione e rivoluzione, più o meno in parallelo. Guardate Napoli, e la sua stagione della  Belle Époque: arrivano capitali stranieri, nascono grandi reti di eccellenza, dai trasporti alla illuminazione, fino alla grande energia dell’elettricità. Una capitale che aveva perso il regno si riproduceva come una metropoli che non sfigurava davanti all’Europa che si risvegliava. Che grande stagione il primo novecento! Nitti costruisce il grande incontro tra la fabbrica, l’industria, e gli operai. Una grande stagione per l’industria ed una grande educazione per il lavoro e la libertà delle persone. Ecco una macchina complicata dove funziona uno schema quadrato: le case e la fabbrica; il lavoro, e le case vicino alla fabbrica; ma anche un mondo che si divide. Da una parte le periferie industriali, decorose ma lontane dal resto della città. Dall’altra l’esplodere di una borghesia che si mescola con l’antica nobiltà locale, e quella piemontese, ma anche con un flusso di banchieri ed imprenditori che vengono a Napoli dall’Europa intera.

Questo scoppiettante novecento si divide, purtroppo, in tre stagioni. La bella epoque, che abbiamo descritto; l’esplosione urbanistica della città, nel secondo dopoguerra e la creazione delle case popolari e di una umanità che tracima oltre l’industria: ma che viene spostata fuori dal centro della città. E, alla fine del secolo, nei fragili anni novanta, la scomparsa dell’industria, non di colpo ma con una lunga coda, che parte dalla fine di Bagnoli e dell’Ilva, la fabbrica, e si chiude con la lunga depressione di Napoli, e del Mezzogiorno, dal 2008 al 2017: dieci anni nei quali scompaiono gli operai e la grande fabbrica ed anche molti mestieri artigiani ed una larga parte di popolazione, che si muove tra piccole imprese, una economia grigia ed una economia criminale. Questi fenomeni si allargano nelle periferie dove erano arrivate le fabbriche, che in parte erano e sono evaporate, dove la demolizione delle “case popolari”  non incontrerà più né il lavoro degli operai e neppure la grande industria. L’ industria non scompare ma si trasforma e si sposta verso il resto del mondo. Lascia sul terreno troppa disoccupazione e pochi strumenti per la creatività.

La voglia di fare si dovrebbe espandere a Napoli in questa ricerca della creatività: la culture; il turismo e l’artigianato, i beni culturali, l’ambiente e l’energia capace di far crescere il sistema. Forse bisognerebbe aggredire e ridimensionare sia la disoccupazione che le aree grigie dell’economia: perché la forza dell’intelligenza economica, e la capacità di un lavoro di qualità, dovranno essere la necessaria chiave di volta – attraverso cultura, conoscenza ed informazioni appropriate – di una miscela capace di creare una diversa stagione del lavoro e delle sue capacità potenziali. L’economia e la sociologia sono due strade per muovere la popolazione verso un futuro dove Napoli possa riconoscersi ma anche rigenerarsi. L’urbanistica sarà molto utile per questa rigenerazione ma sarà ancor più necessario un nuovo incontro, un matrimonio, tra la popolazione e la città: tra Napoli, la macchina complicata, e lo sforzo di chi a Napoli ha vissuto in questi anni e, si spera, anche lo sforzo di chi vorrebbe e potrebbe venire ancora una volta a Napoli, dal resto dell’Europa e del mondo. Per scoprire la seconda stagione della  Belle Époque.Dopo la prima guerra mondiale Napoli si affacciò sull’Europa. Oggi , e dopo la lunga bonaccia dell’economia Europea, sarebbe interessante un futuro capace di lasciare andare il passato all’oblio: un futuro che cento anni dopo, ed una esplosione dell’economia e della società assai diverse da allora, diventi assolutamente necessario per Napoli.    

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