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pubblicato da Aurelio Musi: Mercoledì 19 Ottobre 2016 alle 12:45
UNA STORIA METICCIA

 La traduzione italiana dell’ultimo libro di Serge Gruzinski, Abbiamo ancora bisogno della storia? Il senso del passato nel mondo globalizzato (Milano, Raffaello Cortina 2016), consente ad un pubblico più vasto di conoscere la produzione e il pensiero di questo storico che insegna tra Francia, Stati Uniti e Brasile. Gruzinski è ampiamente noto per le numerose traduzioni e per l’International Prize for History che ha vinto nel 2015.

  I temi che affronta in questo libro interessano direttamente il nostro blog, che sta cercando di interrogarsi e di proporre risposte sull’identità di Clio nel mondo contemporaneo. E’ un’opera intrigante questa di Gruzinski. In primo luogo perché suggerisce un ampliamento delle fonti, cioè degli strumenti di produzione del passato, rivolgendosi a cinema (bella la lettura dei film storici di Sokurov), fiction, fotografia, ecc. Affronta poi una questione epistemologica oggi al centro non solo della storia ma anche di altri saperi e pratiche culturali: il rapporto, cioè, fra costruzione, decostruzione, ricostruzione. Il regista, ad esempio, scrive Gruzinski, “si scontra con la medesima difficoltà del mestiere di storico: per quanto lo studioso intenda cedere la parola ai testimoni del passato, non fa altro che servirsi di loro per il proprio obiettivo”. E’, insomma, quella che l’autore definisce “l’illusione della trasparenza” a svanire nel cinema come nella storia. Ma Gruzinski non spiega le differenze tra fiction e storia, che appare quasi appiattita e omologata al piano dell’immaginario.

  L’autore è uno dei più originali e convinti assertori della storia globale. Che è questione soprattutto di punti di vista: reinquadrare e connettere, fin dal tempo storico delle scoperte a fine Quattrocento, Europa, America, Asia, Africa è l’obiettivo fondamentale della storia globale, che può essere raggiunto a partire da un’originale valorizzazione della storia locale come quella dell’Amazzonia studiata dall’autore. Originale è anche lo sguardo alla nascita dell’Europa. Superare, andare oltre l’eurocentrismo non significa negare il ruolo europeo nella nascita della modernità. Ne è aspetto essenziale, ad esempio, la nuova segnalazione delle mappe “terra nondum cognita”.

 Utile è anche la definizione tripartita proposta da Gruzinski. La “globalizzazione” è una sorta di “sbarramento uniforme”; la “mondializzazione” è il processo che porta allo stabilimento di relazioni planetarie; l’ “occidentalizzazione” coincide con gli effetti della proiezione del Vecchio Mondo al di fuori dei suoi confini. Merito dell’autore, in questo come nei suoi studi precedenti, dedicati all’occidentalizzazione dell’immaginario nativo messicano e agli aspetti della globalizzazione, è quello di analizzare il triplice processo a partire dall’inizio dell’età moderna e di dare un senso più compiuto alla sua storia.

  Meticciati, ibridazioni, modalità degli scambi e delle negoziazioni nella prima mondializzazione europea smentiscono la visione di un rapporto a senso unico vincitori-vinti e valorizzano l’imperialismo spagnolo come soggetto protagonista della globalizzazione prima dell’influenza angloamericana in età contemporanea.

  La “storia meticcia” di Gruzinski ha più significati. E’ il meticciato fra documenti e settori disciplinari diversi. Da un senso più complesso alla prima età moderna come “mondo connesso”: contesta l’eurocentrismo, ma valorizza il ruolo dell’Europa e, in particolare, del sistema imperiale spagnolo nel processo di mondializzazione. Identifica nella nascita dell’Europa un fenomeno di incontri e scontri.

 Certo non è una grande scoperta quella di Gruzinski, quando postula il rapporto tra fonte, sguardo multiplo, spazio-tempo, tra individuazione e contestualizzazione come procedura modello della ricerca storica. E’ il metodo che qualsiasi buon storico dovrebbe sempre adottare.

                            AURELIO MUSI

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