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pubblicato da Eugenio Capozzi: Martedì 02 Febbraio 2016 alle 10:26
Le "famiglie" omosessuali non hanno nulla a che vedere con la cultura liberale dei diritti.

Ciò che più colpisce nelle argomentazioni di quanti sostengono l'istituzione dei matrimoni o delle "unioni civili" omosessuali è la convinzione che tali provvedimenti rappresentino una logica conseguenza delle idee di libertà e uguaglianza proprie del costituzionalismo liberaldemocratico occidentale.

Una convinzione fatta propria con enfasi da tutti i leader politici cha hanno promosso questa tesi, dal presidente statunitense Barack Obama a molti governanti di paesi dell'Europa occidentale come Zapatero, Cameron, Hollande e altri. E rilanciata costantemente dalle élites intellettuali occidentali più influenti, oltre che da un sistema dei media largamente schierato sulle stesse posizioni.

E' però sufficiente uscire dalle enunciazioni astratte e inquadrare il tema in prospettiva storica e geopolitica per comprendere come tale visione finalistica di una lineare coerenza tra affermazione dei diritti dell'uomo e istituzionalizzazione della "famiglia gay" non abbia in realtà alcun serio fondamento.

Ogni forma di sessualità non "allineata" secondo i modelli della stabilità coniugale e familiare nella storia umana ha subìto le sorti più varie a seconda delle civiltà e delle epoche: dalla repressione più totale alla tolleranza, fino alla legittimazione in determinati contesti sociali e culturali. Per quanto riguarda più specificamente l'omosessualità, nella civiltà europea/occidentale il periodo in cui essa è stata maggiormente demonizzata comincia non già (come tramanda una vulgata incolta e faziosa) con l'affermarsi della morale cristiana, ma piuttosto con l'avvento dello Stato moderno, caratterizzato dalla spinta al disciplinamento forzato della società, accompagnato dall'applicazione della logica del "sorvegliare e punire" contro tutti i comportamenti privati "devianti". Ma la svolta decisiva in tal senso si verifica con l'avvento dello scientismo positivista, che cominciò a classificare l'omosessualità come una vera e propria malattia mentale; e poi con quello delle ideologie totalitarie (comunismo, fascismo, nazismo) le quali tutte, conquistato il potere, riservarono agli omosessuali, come ad altre categorie "degenerate", il medesimo destino di violenta persecuzione.

Da tale punto di vista, i movimenti per la liberazione sessuale emersi con la ribellione generazionale degli anni Sessanta e Settanta del Novecento si possono ben considerare, nella loro fase iniziale, come un contributo all'ampliamento delle libertà civili sostanzialmente in linea con la tradizione del costituzionalismo occidentale. Ma quell'ampliamento non implicava allora alcuna richiesta di parificazione dei legami omosessuali a quelli matrimoniali. Parificazione che mai in tutta la storia delle civiltà umane era mai stata non dico concessa, ma nemmeno concepita o reclamata, dal momento che in tutte le civiltà l'unione potenzialmente fertile tra uomo e donna era sempre stata riconosciuta dai pubblici poteri come bene pubblico da tutelare in vista della crescita della prole. Si reclamava, piuttosto, il diritto di ogni minoranza alla “diversità” rispetto agli stili di vita prevalenti nella società.

Soltanto nei decenni successivi – in particolare dagli anni Novanta in poi – in diversi paesi occidentali si cominciò a rivendicare il riconoscimento di uno status pubblico alle coppie omosessuali, includendo in esso anche il diritto all'adozione di bambini (e successivamente anche a “produrli” attraverso tecniche di fecondazione o gestazione attraverso altri). Tali issues vennero via via fatti propri da settori crescenti delle classi politiche di quei paesi, divenendo in particolare parte integrante della cultura politica liberal-progressista, ed ispirando in molti casi leggi in tal senso.

Quali sono le cause di questa vera e propria mutazione genetica nella concezione dei diritti delle persone omosessuali?

Per comprenderlo, va ricordato innanzitutto che, sebbene incidentalmente avessero prodotto un accrescimento delle libertà individuali, i movimenti libertari degli anni Settanta non si ispiravano tuttavia certo a princìpi liberali. Essi erano invece animati, come gran parte delle istanze nate dalle rivolte giovanili di quell'epoca, da una critica radicale dell'ordine "borghese" occidentale, e rappresentavano l'estrema manifestazione di un'aspirazione alla rifondazione integrale della società propria di tutte le ideologie, dal giacobinismo francese fino al comunismo marx-leninista nel Novecento. Il loro ideale non era l'autonomia degli individui dal potere, ma l'annullamento delle differenze allo scopo di raggiungere un'uguaglianza sociale totale: questa volta non limitata alla condizione civile, politica o economica, ma estesa fino alla dimensione antropologica, di cui l'identità sessuale è una delle componenti fondamentali.

La leva attraverso cui si intendeva raggiungere, o meglio recuperare, questa condizione "edenica" di uguaglianza comunitaria era il concetto di "autodeterminazione": che, un tempo fondamento della sovranità democratica e nazionale, veniva reinterpretato ora come facoltà per ogni individuo di definire la propria vita secondo i propri desideri, a dispetto di ogni ostacolo posto ad essi dal contesto storico-sociale e culturale.

Le utopie egualitarie dei secoli precedenti trovavano così la loro prosecuzione in un nuovo radicalismo relativistico e iper-soggettivistico in cui i diritti civili non erano più concepiti come garanzia contro le invasioni del potere politico nella vita privata individuale, ma come elementi di una pretesa "biopolitica" a ridefinire la stessa natura umana superandone i limiti, anche attraverso un uso estensivo della tecnica.

L'imporsi di questa nuova ideologia anche al livello della cultura diffusa è stata alla base di trasformazioni strutturali delle società occidentali industrializzate e radicalmente secolarizzate: la tendenza sempre più accentuata al calo demografico (incoraggiato dal diffondersi della contraccezione e dalla legalizzazione dell'aborto), la precarizzazione dei legami familiari, lo sgretolamento della continuità intergenerazionale, la tendenza a rifluire dal risparmio, inteso come investimento sul futuro, al debito (privato e pubblico) incontrollato come strumento di consumi e gratificazioni immediate.

E' soltanto all'interno di queste trasformazioni che diventa comprensibile la crescente tendenza a identificazione i "diritti" degli omosessuali con la rivendicazione di un'equiparazione dei loro legami a quelli familiari. Essa è figlia non tanto di un'esigenza di stabilità (come ritiene per esempio il premier britannico Cameron), quanto al contrario di una volontà di relativizzazione totale dei legami familiari all'interno di un indistinto magma di relazioni "liquide", sempre precarie e ridefinibili, dipendenti dai mutevoli desideri individuali e dalle mutevoli autopercezioni identitarie da parte di ogni soggetto. L'esigenza sempre più avvertita di normare in generale i rapporti di convivenza non ha nessun rapporto in sé con la "modernità" (in epoca sia antica che moderna, le garanzie nei rapporti interpersonali in Occidente sono stati affidate sempre unicamente al matrimonio, unione non solo tra moglie e marito ma tra le loro famiglie e i loro beni), ma piuttosto con la dissoluzione della modernità in società in cui la condizione degli individui è sempre più caraterizzata dall'incertezza e dalla solitudine.

In ogni caso, queste ed altre simili istanze del neo-radicalismo biopolitico (come la fecondazione artificiale, la manipolazione degli embrioni a scopo di ricerca, la pretesa di regolamentare "il fine vita" e quindi di legittimare l'eutanasia) in breve tempo hanno acquistato un ruolo dominante nell'agenda politica delle sinistre euro-occidentali. Rimaste prive della loro tradizionale cultura dell'uguaglianza sociale in seguito al collasso del socialismo marxista e all'avvento della globalizzazione, queste ultime hanno trovato nei nuovi "diritti civili" biopolitici il modo più facile e immediato di agitare ancora in qualche modo un ideale egualitario, declinato però ormai secondo suggestioni neopositivistico-tecnocratiche e retoriche sentimentalistiche.

E' qui che va ricercata l'origine della tesi – veicolata da politici e commentatori "progressisti" - secondo cui l'istituzionalizzazione di matrimoni e adozioni gay sarebbe un naturale coronamento dell'idea occidentale di libertà, e le resistenze a questi provvedimenti sarebbero invece strascichi di "oscurantismo" derivanti da paure e superstizioni irrazionali (se non da preclusioni razziste), destinati inevitabilmente prima o poi ad essere superati dallo sviluppo della "civiltà".

Ed ecco perché Italia i promotori del disegno di legge che vorrebbe istituire le "unioni civili" tra omosessuali insistono a dichiarare che l'Italia sarebbe "in ritardo" rispetto al resto d'Europa e di Occidente, in quanto "unico paese" tra i 28 dell'Ue a non aver ancora adottato una disciplina legislativa di tali unioni.

Ma la realtà è ben diversa. Tra i paesi europei, attualmente soltanto 19 prevedono leggi che sanciscono unioni o matrimoni gay, mentre 16 ne sono privi. Leggi simili sono presenti in 6 stati delle Americhe (tra cui 37 degli Stati Uniti), in uno soltanto dell'Africa (il Sudafrica) e dell'Oceania (la Nuova Zelanda) e in nessuno stato asiatico. In generale, nei paesi di cultura non europea questo tipo di evoluzione legislativa appare alla quasi totalità delle popolazioni culturalmente del tutto incomprensibile.

Insomma, la tendenza alla relativizzazione del matrimonio, della paternità e della maternità non è condivisa da almeno tre quarti dell'umanità, in culture e religioni anche molto differenti tra loro. Ed anche in quella parte di Occidente dove tale concezione è riuscita a prevalere, essa non si afferma affatto in maniera incontrastata, ma anzi ad essa si contrappone una decisa reazione da parte di settori considerevoli dell'opinione pubblica. Come testimoniano, tra l'altro, le roventi polemiche sorte in Francia dopo l'approvazione della legge Taubira sul cosiddetto mariage pour tous. Sostanzialmente, la "matrimonializzazione" dell'omosessualità si è affermata nella fascia atlantica del Vecchio Continente, ma rimane molto combattuta in quella mediterranea e nell'area tedesca, mentre non accenna minimamente ad imporsi nell'Europa slava e orientale, e tanto meno in Russia. Anzi, in quell'ampia zona del continente la pressione culturale e ideologica in tal senso ha suscitato una resistenza veemente, fino a spingere molti governi ad adottare leggi e norme costituzionali che riservano categoricamente il matrimonio alle coppie eterosessuali.

E' interessante in tal senso notare che la parte d'Europa dove il riconoscimento giuridico delle "famiglie" gay incontra la più netta ostilità è anche quella che nel secondo dopoguerra fino al 1989 ha subìto il dominio dei regimi comunisti. Viene da pensare che i popoli costretti in passato a subire tanto a lungo un'ideologia totalitaria risoluta ad imporre una società in cui fossero abolite tutte le differenze abbiano sviluppato una speciale ipersensibilità contro le nuove costruzioni ideologiche del nostro tempo, e reagiscano contrapponendo con nettezza ad esse la propria identità culturale e l'eredità della propria tradizione.

In questo confronto che ha il suo epicentro proprio nel cuore dell'Europa, e vede il suo fronte correre in gran parte lungo quella che era la "cortina di ferro", l'Italia si trova ancora una volta proprio in bilico sulla faglia divisoria. Sul suo territorio si gioca una battaglia particolarmente delicata e importante, la cui conclusione probabilmente dirà una parola importante sull'evoluzione del conflitto. Da essa si potrà valutare se l'ideologia "pansessualista" sta continuando ad avanzare nel continente, o se invece essa si arresterà, o addirittura comincerà a manifestarsi una tendenza in senso contrario.

Da questo punto di vista appere di notevole rilevanza la recente nascita nel nostro paese di un cospicuo movimento popolare contro il tentativo legislativo di relativizzare l'istituzione familiare. Un movimento anti-ideologico, esterno ai partiti, nato in area cattolica ma indipendente da gerarchie ecclesiastiche (oggi, a differenza che all'epoca della CEI di Camillo Ruini, tendenti a rimanere distanti dalle contrapposizioni politiche nazionali), estraneo alle élites intellettuali ed emarginato dal sistema dei media, ma in grado di mobilitare settori molto rilevanti di opinione pubblica, come avvenuto nei nuovi Family Days convocati a giugno 2015 e a gennaio 2016 a Roma.

Quale che sia l'esito di questi conflitti, una cosa comunque è certa. L'affermazione giuridica dell'indifferentismo sessuale e della manipolazione biopolitica, di cui la promozione delle "famiglie" omosessuali è parte, non è una linea di tendenza univoca nella storia occidentale, ma soltanto una tra le conseguenze di un'eruzione ideologica caratteristica di un periodo storico molto ben definito: quello della crisi sociale, economica e culturale dell'Occidente stesso dopo le guerre mondiali, i totalitarismi e l'affermarsi della "società opulenta". Sostenere che essa rappresenti il coronamento obbligato della cultura liberaldemocratica non è un tentativo di interpretare e spiegare la realtà, bensì soltanto un'argomentazione a sua volta ideologica e propagandistica.

 

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