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pubblicato da Aurelio Musi: Sabato 21 Novembre 2015 alle 19:15
Criminalità e politica

Criminalità e politica: alle origini dello Stato italiano

“Sotto ogni delinquente si nasconde un sovversivo. Sotto ogni sovversivo si nasconde un delinquente”. La fulminante battuta del commissario di polizia al suo sottoposto Panunzio nel magnifico film di Elio Petri, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, potrebbe essere l’epigrafe del libro di Francesco Benigno, La mala setta. Alle origini di mafia e camorra 1859-1878 (ed. Einaudi). Si tratta di una lucida e originale analisi dei rapporti fra criminalità e politica alle origini dello Stato unitario italiano. Il libro costituisce una sorta di scavo archeologico di quella rappresentazione efficacemente enunciata da Gian Maria Volonté nel film di Petri.

  I discorsi sul crimine e l’ordine pubblico per Benigno non sono specchio e commento, sia pure a volte deformati, della realtà: essi hanno una natura performativa. Il vero e proprio “corpo a corpo” che l’autore stabilisce con le sue fonti – rapporti di polizia e di prefetti, narrazioni letterarie, articoli giornalistici, documenti processuali – non si situa in una gerarchia prestabilita e spesso costruita ex post, ma, per continuare ad usare la metafora pugilistica, nella sequenza di colpi rappresentata dalla confusione semantica dei termini adottati nei documenti. La camorra può diventare così, negli anni a cavallo dell’Unità, un insieme di cose differenti come “una setta criminale, una prassi di potere incentrata sulle clientele, un’organizzazione dedita all’estorsione, la metafora di ogni abuso e soperchieria”. E la mafia “una società segreta occulta e temibile, un certo modo di intendere l’essere criminale, una forma acuta di prepotenza, una disposizione tremendamente insulare dell’animo, caratterizzata da un sentimento eccessivo della propria superiorità”.

  Certo la domanda sorge spontanea: ma in tale prospettiva, come riusciamo a distinguere la realtà storica dalla sua rappresentazione? Un esempio fra tanti. Il primo riferimento alla mafia come organizzazione criminale è nel rapporto di un prefetto, il Gualterio, che traccia un quadro della struttura piramidale della delinquenza di Palermo: alla base i delinquenti, al centro quelli che chiama “i camorristi”, al vertice i politici. Qual è il rapporto tra la proiezione di Gualterio e la realtà dei fatti?

  Il punto di partenza dell’indagine di Benigno è la nascita dell’idea di “classi pericolose” nel corso della prima metà dell’Ottocento. Il delinquente non è più, come nell’antico regime, espressione di un’indistinta massa plebea, ma rappresentante di un mestiere, di una classe, quasi di una casta separata. Da qui derivano l’apparente ossimoro ordine-disordine, la tendenza degli organi statali a ripristinare l’ordine attraverso il disordine, ad assoldare criminali per combattere criminali, a destabilizzare per stabilizzare. Due conseguenze logiche di metodo scaturiscono da questa premessa. La prima è la scelta dell’autore di studiare le “classi pericolose” “iuxta propria principia” senza retroproiettare immagini e rappresentazioni di epoche successive. E sorprende, a tale proposito, la posizione di storicismo integrale da parte di un suo acceso critico che non ha mancato nei suoi scritti precedenti di prendere le distanze dalla prospettiva storicistica. La seconda conseguenza metodologica è il legame strettissimo, presente in ogni pagina di questo libro, tra vicenda politica e vicenda criminale. Tutti i capitoli cominciano con una data: giorno, mese ed anno celebrano il primato dell’evento. La congiuntura politica identifica il tipo criminale del camorrista e del mafioso. Ma anche le pratiche repressive. Così è per Aspromonte, per la Comune di Parigi e la nascita dell’Internazionale Socialista. La camorra viene considerata come “brigantaggio in città”. La repressione delle “classi pericolose” è effettuata attraverso la creazione di strutture parallele, reti informative, pratica del doppiogiochismo. La legge speciale per la Sicilia del 1874 autorizza il domicilio coatto, gli arresti preventivi, la perquisizione domiciliare. Nel 1878 la svolta: in sequenza, l’attentato al re, le bombe, il coinvolgimento delle questure nella “strategia della tensione”, la manipolazione dei processi.

  La tesi centrale dell’opera, di straordinaria attualità anche per il dibattito politico italiano degli ultimi giorni, ha fatto e farà ancora sicuramente discutere: la formazione delle organizzazioni criminali si struttura entro e non contro il sistema, formale e informale, di gestione dell’ordine pubblico vigente.

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