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pubblicato da Aurelio Musi: Mercoledì 17 Giugno 2015 alle 18:28
I cognomi degli italiani

Non pochi sono i pregi del volume di Roberto Bizzocchi, I cognomi degli italiani. Una storia lunga 1000 anni (Laterza 2014). Per la prima volta disponiamo di una storia sistematica e compiuta dei cognomi della popolazione della penisola dalle origini altomedievali ad oggi. L’analisi dell’autore è svolta sulla base di una molteplicità di fonti e di esempi particolari riferiti all’intero contesto nazionale, che contribuiscono non poco a ravvivare il racconto. Infine la narrazione della materia specifica si svolge sempre riservando l’attenzione privilegiata ai grandi eventi, processi e mutamenti che hanno scandito la nostra storia e che hanno avuto un’influenza decisiva anche nella dinamica dell’onomastica italiana: l’anno Mille, la formazione dei Comuni, delle Signorie e della monarchia meridionale, la crisi e la peste del Trecento, l’Umanesimo, il Rinascimento e lo sviluppo dello Stato moderno, la Riforma cattolica e il Concilio di Trento, l’Illuminismo e il riformismo settecentesco, l’età napoleonica, l’Unità e la creazione dello stato civile nel 1866, il Fascismo.

  Dopo un excursus, che può considerarsi uno sguardo sulla preistoria della trattazione centro e oggetto prevalenti del volume, l’autore assume giustamente come terminus a quo la “rivoluzione dell’anno Mille”, quella vera e propria “alluvione di nomi” che inonda i documenti dei secoli XI e XII. Essi presentano con insistenza e frequenza inedita la somma di prenome e nome. Il secondo elemento fa riferimento a quattro tipologie che si ritroveranno per lungo tempo: il nome del padre, il nome del luogo d’origine, il mestiere, la carica o la funzione sociale esercitate, il soprannome. Tra il Duecento e il Quattrocento, mentre i nobili acquisiscono ovunque i loro cognomi, per la massa della popolazione si consolidano due modeli di denominazione personale ben distinti: “uno, fortemente caratterizzante l’Italia centrale compresa la Toscana, faceva perno sul patronimico o comunque su qualche altra forma non cognominiale come secondo elemento dopo il prenome; l’altro, largamente diffuso nell’Italia settentrionale e nel Mezzogiorno, non ignorava certo il patronimico o altro, ma cominciava a elaborare in abbondanza, anche se non ovunque con la stessa cronologia, varie forme, ora più ora meno stringenti, di cognome” (p. 80).

  Uno dei motivi ricorrenti del libro di Bizzocchi è la sottolineatura della coesistenza della forza dell’instabilità onomastica, dovuta alla variabilità delle esperienze e delle condotte di vita, e dell’incidenza, altrettanto intensa e duratura, dei fattori di stabilizzazione cognominiale. Questi ultimi si identificarono con le esigenze anagrafiche e amministrative degli Stati, con gli obiettivi pastorali e disciplinari della Chiesa, – che inventò gli stati d’anime, preziosissima fonte per la storia demografica e sociale – con le ragioni e le esigenze della trasmissione patrimoniale e della condivisione dei beni, con il sistema dei controlli individuali per meglio sorvegliare ed, eventualmente, punire.

  Tra l’età napoleonica e la creazione dello stato civile nel 1866 andò meglio definendosi la tripartizione tra prenomi, cognomi e soprannomi. Il Fascismo promosse sia l’italianizzazione dei toponimi e degli antroponomi nel Trentino sia quella dei cognomi slavi, ma, dopo l’alleanza con la Germania, furono conservati i cognomi tedeschi.

  L’ultima parte dell’opera di Bizzocchi è dedicata alla storia più recente e all’attualità. In particolare l’autore si sofferma sulle spinte che inducono a cambiare il cognome, sull’aumento di italiani con cognomi stranieri, sulla diffusione di cognomi cinesi, sulla crisi della visione patriarcale della famiglia.

  Un libro importante, dunque. Anche perché conferma nello specifico della materia trattata un fattore caratterizzante e ricorrente della vicenda umana: la “storia continua”.

 

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