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pubblicato da Aurelio Musi: Venerdì 13 Marzo 2015 alle 13:14
Crolli borbonici

L’ultimo numero di “Meridiana” (81, 2014), la rivista dell’Istituto Meridionale di Storia e Scienze Sociali, è dedicato ad un tema di straordinario interesse: “crolli borbonici”, come recita il titolo monografico. L’interesse è triplice. Il collasso delle monarchie borboniche tra gli ultimi decenni del Settecento e i primi dell’Ottocento è analizzato in relazione alla guerra europea (1794-1815). Esso è affrontato in una prospettiva comparativa e di lunga durata che consente di collocare la vicenda italiana, del Mezzogiorno in particolare, in un contesto mondiale e attraverso un confronto continuo tra Europa e America, e tra storici italiani, storici spagnoli e latinoamericani. Infine, ma non da ultimo per importanza, i saggi raccolti nella rivista consentono di fornire qualche risposta a questioni di attualità come la fragilità degli Stati latinoamericani, la frammentazione delle loro élites sia nei processi di costruzione che in quelli di affermazione, il nesso tra violenza e guerra civile nei paesi sudamericani.

  E’ d’obbligo partire, per una discussione sia pur sommaria dei temi trattati nel numero della rivista, dall’introduzione di Carmine Pinto dal titolo Sovranità, guerre e nazioni. La crisi del mondo borbonico e la formazione degli Stati moderni (1806-1920). Al centro dell’analisi di Pinto è la guerra: essa “causò la fine dell’antico spazio imperiale, spostò definitivamente l’equilibrio geopolitico a vantaggio delle potenze coloniali europee e della nascente democrazia statunitense, determinò l’invenzione delle nazioni in America, la nascita di una Spagna totalmente diversa dalle vecchie istituzioni, il superamento del Regno napoletano con la nascita dello Stato italiano”. Pinto considera la guerra come un “paradigma”, per usare il suo stesso termine. In realtà la guerra non è un modello, piuttosto una variabile: il rapporto tra conflitti e costruzione degli Stati è un fattore permanente dell’età moderna, ma funziona da variabile in connessione con altre nei processi di trasformazione storica. Di notevole originalità è l’analisi quantitativa applicata alla storia politica. Pinto identifica sostanzialmente tre tipologie di conflitti bellici nel corso dell’Ottocento: le guerre internazionali (11), gli interventi stranieri (7), le guerre civili (50). Anche da questa quantificazione scaturisce la tesi dell’autore, per il quale “la guerra civile fu il principale vettore di costruzione degli edifici nazionali dopo il crollo borbonico, in un contesto di profonda instabilità politica ed istituzionale, dimostrata dall’interminabile sequenza di insurrezioni, pronunciamenti e ammutinamenti”. Alla maggiore debolezza dello Stato corrispose un incremento delle guerre civili. Lo schema di percorso, suggerito da Pinto, è il seguente: dalla sovranità debole alla società politicizzata ai conflitti alla sovranità multipla e alle élites divise.

  Il quadro proposto da Pinto, che qui assai schematicamente si è ricordato, è confermato, pur nella varietà dei casi e dei contesti territoriali, dai saggi degli storici spagnoli e latinoamericani, in gran parte giovani studiosi espressione di linee di ricerca recentissime. Pedro Rujula Lopez, nel suo studio su Guerre controrivoluzionarie in Spagna 1793-1740. Dal conflitto internazionale alla guerra civile, identifica un ciclo continuo di conflitti caratterizzati dalla fondamentale stabilità del patriottismo monarchico, fondato sul trinomio re/religione/patria. Nella guerra del 1793-95 la controrivoluzione, sotto l’indiscussa leadership della Corona, divenne guerra difensiva, causa comune nel segno dell’appartenenza nazionale. Nel 1808, nella guerra contro Napoleone ancora Dio/re/patria, ma, tra il 1810 e il 12, si manifestarono anche la lotta per la sovranità della nazione e due progetti politici diversi nella costituzione di Cadice. La guerra civile del 1833, infine, ripropose col Carlismo il legittimismo nel segno del trinomio. Durante mezzo secolo, dunque, le guerre controrivoluzionarie rivestirono un ruolo decisivo per l’ingresso della Spagna nella modernità politica e per le stesse origini della nazione contemporanea.

  Tomas Perez Viejo, nel saggio Immaginare una nazione sulle rovine di una monarchia: Nuova Spagna/Messico, sviluppa e argomenta una tesi originale che inverte in qualche modo l’interpretazione tradizionale: le nazioni in America latina non furono all’origine della disintegrazione imperiale borbonica, ma una sua conseguenza. Assai illuminanti sono le pagine dedicate al ruolo del mondo preispanico nel racconto della nuova nazione messicana tra conservatori e liberali.

 Carlos Alberto Patino Villa, in Alla ricerca di uno Stato nazionale. Guerre e Stato colombiano nel XIX secolo, getta luce sul recente passato e l’attualità della Colombia che solo al principio del Novecento riesce a costruire una moderna organizzazione statale.

  Il numero monografico comprende anche altri studi: ma bastano quelli presi in considerazione per un giudizio positivo e incoraggiante sulla collaborazione tra storici italiani, ispanici e latinoamericani delle generazioni più giovani.

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