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pubblicato da Eugenio Capozzi: Domenica 25 Gennaio 2015 alle 22:38
Perché l'Occidente sta perdendo la guerra di civiltà contro il jihadismo

I tragici eventi francesi del gennaio 2015 hanno bruscamente risvegliato l'Europa e l'Occidente in merito alla minaccia dell'integralismo jihadista islamico. Ma i media, le classi dirigenti e le opinioni pubbliche del (per quanto ancora?) "primo mondo" hanno subito tentato di rimuovere il trauma dell'"11 settembre europeo" riconducendo quegli avvenimenti all'interno di categorie che alimentano i loro preconcetti e confermano le loro visioni del mondo. La monumentale manifestazione tenutasi a Parigi l'11 gennaio, in questo senso, è stata emblematica. Si è trattato di una grottesca finzione consolatoria, di una gigantesca rimozione collettiva dell'autentica posta in gioco, funzionale all'autoassoluzione della cultura dominante nelle élites europee.

In realtà, la gran parte delle reazioni politiche e intellettuali alla violenta recrudescenza dell'offensiva islamista nel cuore dell'Occidente si fonda sull'idea che l'integralismo islamico sia sostanzialmente un fenomeno di retroguardia, un residuo premoderno che si ostina ancora ad esistere in un'epoca di "progresso" coincidente con libertà, diritti e democrazia occidentali. Un residuo che sarà eliminato quando quei princìpi universali di ragionevolezza si estenderanno, naturalmente, a tutta l'umanità.

Di questa idea si danno poi, nel mainstream politico culturale egemone delle nostre democrazie, due fondamentali interpretazioni, una "di sinistra" e un'altra "di destra". Da un lato, la cultura progressista politically correct sembra credere che la "terra promessa" della pace, della libertà e della democrazia mondiale consista in un relativismo culturale assoluto, del tutto secolarizzato se non apertamente irreligioso, in cui gli unici princìpi etici dirimenti siano desideri e preferenze individuali. Dall'altro, molti liberali "classici" o conservatori sostenitori della superiorità della way of life occidentale sostengono che quella pacificazione avverrà quando i paesi islamici mediorientali - ma anche tutto ciò che nel mondo politicamente non coincide con le liberaldemocrazie occidentali e le economie di mercato, come la Cina, la Russia, i paesi africani, quelli dell'Estremo Oriente eccetera - si adeguerà finalmente, con le buone o con le cattive, a quel modello.

Alla base di entrambe le posizioni si possono individuare due convinzioni fondamentalmente distorte sul confronto in corso, che sono a loro volta fonte di comportamenti pubblici sbagliati e controproducenti.

In primo luogo il rapporto tra religione islamica, civiltà islamica e fondamentalismo viene ingabbiato nella schematica contrapposizione tra integralisti e "moderati": o per sostenere che i terroristi jihadisti rappresentano una minoranza rispetto al gran corpo dell'islam, che sarebbe una religione fondamentalmente pacifica; oppure, al contrario, per sostenere che l'islam in quanto tale implicherebbe, in qualche misura, la predicazione di una lotta violenta contro gli "infedeli". Nell'un caso come nell'altro, però, non viene colta la dialettica storica che produce la violenza jihadista contro l'Occidente nel ventunesimo secolo.

Ora, non c'è dubbio che alle origini dell'estremismo islamista sussista un elemento endogeno, legato ala manifestazione ed allo sviluppo storico dell'islam. Nella religione musulmana, infatti, il rapporto con la violenza è in una certa misura diverso da quello che vi intercorre in altre grandi religioni monoteiste o politeiste. Non nel senso che i suoi fedeli tendano di per sé ad essere più violenti o intolleranti di quelli di altre confessioni, ma piuttosto nel senso che essa nasce come una religione profetica e politica avente come scopo la distruzione dell'idolatria attraverso l'unificazione dei popoli sotto l'unico Dio, e quindi la sua diffusione non poteva che alimentare una commistione difficilmente districabile tra sovranità politica e religiosa. Una commistione progressivamente ridimensionata e ridefinita alla luce di una cultura razionalistica soprattutto nell'epoca del Califfato di Cordoba e dell'Impero Almoravide, ma poi riaffermatasi in forma radicale con la decadenza araba, l'avvento turco e la formazione dell'impero ottomano, approfonditasi attraverso fenomeni di rivolta radicale interni all'islam come il wahabismo, e mai più messa seriamente in discussione fino al tramonto ed al collasso della compagine imperiale che aspirava ancora, all'inizio del Novecento, a raprpesentare il punto di riferimento politico e religioso di tutta la umma islamica mondiale. Conseguentemente, nella civiltà islamica non si è mai costituita una Chiesa autonoma dal potere politico, né la dialettica politica è stata mai disgiunta da aspirazioni alla leadership religiosa. Per questo motivo la politica è stata costantemente esposta a ricorrenti ondate di messianesimo religioso, e per converso le istituzioni ecclesiali, prive di una scala gerarchica dell'autorità definitivamente riconosciuta, sono state e sono tuttora soggette, più di quelle degli altri monoteismi, all'infiltrazione di radicalismi più o meno teocratici.

Ma non è questo l'elemento decisivo nello scatenamento del jihadismo nell'epoca del post-guerra fredda e della globalizzazione.

L'offensiva islamista - all'interno delle popolazioni musulmane sia sunnite che sciite e poi verso ebrei, crisitani e occidentali - è stata innescata da una serie complessa di reazioni connesse al "corto circuito" tra la repentina modernizzazione portata dalla globalizzazione (tecnologica, mediatica, economica) e le tensioni messianiche che scorgono in quella modernizzazione, ambiguamente, una gigantesca opportunità di diffusione del Corano e al tempo stesso una minaccia satanica di destabilizzazione socio-culturale della umma islamica. Ma, prima di tutto, essa è stata scatenata dalla presa di coscienza, all'interno dei paesi islamici, di un mutato baricentro nei rapporti di grandezza tra le civiltà a livello mondiale, e di un accresciuto peso in essa acquisito dall'islam, confrontato ad un persistente scarso rilievo di esso nei rapporti di potere globale. Insomma dalla percezione diffusa, soprattutto in vasti settori delle classi dirigenti di quei paesi, di uno squilibrio tra la forza potenziale e quella effettiva del mondo islamico negli equilibri internazionali. Da qui, la rapida crescita di un nuovo progetto di unificazione della umma sotto il potere di un califfato, di cui i gruppi integralisti soprattutto sunniti (dopo la nacita dell'integralismo sciita in Iran con la dittatura khomeinista e poi con Hezbollah in Libano) si sono fatti promotori, da Al Qaeda all'Isis siro-iracheno.

Ma, soprattutto, è importante sottolineare come la sensazione diffusa all'interno dell'opinione pubblica islamica di una sotto-rappresentazione nella mappa del potere mondiale venga alimentata non tanto dalla sensazione di una penetrazione avanzata dell'economia di mercato, della democrazia liberale, dell'individualismo occidentale nel mondo islamico, quanto dalla percezione di una forbice esistente, e progressivamente in ampliamento, tra rapida modernizzazione tecnologica e tangibile indebolimento politico, economico e culturale dei paesi occidentali dopo la vittoria sul comunismo nella guerra fredda. Come quell'idea di uno squilibrio da sanare non sia, insomma, frutto di un complesso di inferiorità, ma semmai di superiorità diffusosi nelle società musulmane.

In altri termini, è stata in primo luogo l'immagine di debolezza, confusione, divisione, incertezza culturale e identitaria veicolata dal mondo occidentale a partire dalla fine del Novecento a favorire in alcune élites islamiche la convinzione che fosse possibile e auspicabile un progetto politico integralista, conquistando ad esso il consenso di ampie fasce sociali di plebe diseredata e senza nulla da perdere e diffondendosi ai rampolli della piccola borghesia frustrata di immigrati di seconda e terza generazione nei paesi europei.

L'idea dell'integralismo come "reazione" a specifici elementi politici, economici e culturali provenienti dall'Occidente - diffusa tanto in ambienti progressisti sotto forma di relativismo culturale, quanto in settori liberal-conservatori, come schematica contrapposizione modernizzazione/arretratezza - sconta, su questo punto, un'impostazione del tutto superata, otto-novecentesca, nella lettura di eventi storici che vanno invece compresi in base ad una logica al tempo stesso più complessa e più semplice. In poche parole, è sterile addebitare un evento di tale portata a fattori prevalentemente economici, politici o culturali, quando con ogni evidenza lo svolgersi di quegli eventi si dimostra invece molto più chiaro se interpretato attraverso le categorie della "guerra di civiltà" introdotte da Samuel Huntington già dal 1993. Per lungo tempo respinte su basi non scientifiche ma ideologiche da gran parte degli intellettuali liberali e progressisti occidentali (in quanto li avrebbero costretti a guardare fenomeni nuovi con occhi nuovi, e ad ammettere la crisi strutturale delle categorie ideologiche in cui erano cresciuti), le tesi del politologo statunitense, pur suscettibili di osservazioni critiche sotto molti aspetti, si sono dimostrate di gran lunga le più utili, alla prova dei fatti dell'ultimo ventennio, nel descrivere l'assetto mondiale pluralista uscito dalla disgregazione del bipolarismo tra democrazie liberali e comunismo, e i conflitti in esso emersi. In particolare, oggi esse ci aiutano a realizzare fino a che punto il jihadismo non costituisca un fenomeno "difensivo", derivante da una sensa zione di accerchiamento o dal'idea di essere "invasi", ma al contrario "offensivo", segno di una propensione all'espansione di tipo imperialistico.

Questo ci porta alla seconda convinzione profondamente errata sul confronto tra Occidente e Islam diffusasi nelle opinioni pubbliche, nelle classi intellettuali e in quelle politiche dei paesi europei e americani. La convinzione secondo cui alla base dell'egemonia occidentale nel mondo ci sia la cultura "illuminista": dizione in cui si tende a sintetizzare il razionalismo scientifico, la democrazia, l'idea dei diritti soggettivi individuali. Si tratta di una semplificazione ideologica molto pericolosa, che tende a deformare la storia della civiltà occidentale nella sua interezza, impedendo, appunto, di comprendere il "nocciolo duro" identitario di essa, e dunque la sua collocazione nel pluralismo conflittuale tra le civiltà che si è imposto come nuovo assetto profondamente instabile del potere globale.

Una tale semplificazione si è imposta in misura massiccia proprio nella reazione emotiva di massa di fronte all'eccidio di Parigi, e nella manifestazione "oceanica" capitanata dai maggiori leader politici occidentali in commemorazione delle vittime. Affermare che la strage perpetrata dagli isalmisti presso il settimanale "Charlie" è stata innanzitutto un attentato alla libertà di espressione, e che quest'ultima, intesa come illimitata facoltà di dissacrazione, rappresenti l'essenza più autentica della civiltà occidentale, costituisce una rappresentazione assolutamente monca di ciò che la tradizione di pensiero europea, intesa nel suo senso più estensivo ed espansivo, ha significato nella storia degli ultimi millenni. E in tal senso appare clamorosamente sbagliata la reazione agli attentati diffusasi negli ambienti liberal-progressisti francesi ed europei, secondo la quale la violenza jihadista rappresenta un caso all'interno della categoria di "intolleranza religiosa", e tale intolleranza va combattuta essenzialmente attraverso un rafforzamento degli aspetti di "laicità" dello Stato, intesa come "religione civile", se non proprio con la limitazione drastica dello spazio pubblico di tutte le confessioni religiose (tendenza che in Francia è già stata prevalente fin dal sorgere dei primi conflitti culturali legati al crescente peso dell'immigrazione islamica).

Appellarsi all'illuminismo come fonte di una società laica, nel senso del più rigoroso laicismo, che in quanto tale costituirebbe l'argine agli integralismi rappresenta in questo senso una pericolosa semplificazione ideologica, tutt'altro che tollerante e rispettosa verso la pluralità delle culture come pretenderebbe di essere. L'illuminismo europeo, infatti, ha soltanto contribuito a consolidare un patrimonio di civiltà fondato sulla sovranità del diritto, la rappresentanza, la regolamentazione e limitazione del potere, del quale non era affatto l'inventore, ma che invece si era formato in un lunghissimo percorso a partire dall'incontro tra cultura greco-romana e religione ebraico-cristiana, e si fondava in ultima analisi sul riconoscimento dell'essere umano come entità sacra ed inviolabile, perché creato ad immagine e somiglianza di Dio.

Si può dire che, nella sua essenza, l'Occidente come civiltà della dignità della persona umana è il cristianesimo. Una visione rivoluzionaria del mondo che ha cancellato la barriera tra schiavi e liberi, uomini e donne, e le gerarchie etnico-razziali, producendo l'unica civiltà fondata sull'idea di uguaglianza e pari dignità di tutti gli esseri umani, e sulla sacralità della vita umana in ogni sua fase, stadio e incarnazione.

La civiltà cristiana, declinata in forma individualista e liberale, produce il costituzionalismo, il liberalismo, la democrazia: e questa evoluzione passa, in una determinata fase storica, per la fioritura della cultura illuminista in Europa. Ma occorre non dimenticare, parimenti, come l'illuminismo abbia prodotto anche una deriva in totale contraddizione con quelle origini culturali-religiose, e con i princìpi umanistici alla base della libertà dei moderni. Prima con l'accezione materialistico-meccanicistica dell'enciclopedismo francese, poi con la torsione giacobina della rivoluzione francese e il Terrore, i princìpi illuministici sono stati reinterpretati come fondamento di un assoluto dominio dell'uomo sull'uomo, di una divinizzazione del potere maggiore di quella propria dei dispotismi antichi. Con essi sono state giustificate la giustizia sommaria, la ghigliottina in piazza, le più feroci persecuzioni contro la religione e il libero pensiero, l'imperialismo nazionalista. Dal rousseauismo e dalla torsione robespierrista dell'illuminismo sono state generate le ideologie, cioè le "religioni secolarizzate" che hanno portato l'Europa, tra Otto e Novecento, nell'abisso di una guerra totale fratricida terminata solo nel 1989, con la quale essa ha sancito la sua decadenza da centro a periferia del mondo.

E' questa storia, nelle sue origini e nei suoi sviluppi, ad essere stata rimossa dalla memoria e dall'autorappresentazione dell'Europa quando, nel dibattito sulla costituzione dell'Unione, si scelse di ignorare le "radici cristiane" dell'integrazione continentale. Ed è questa storia che oggi, di fronte agli assalti sempre più minacciosi dell'integralismo islamico, tanta parte delle classi dirigenti e delle élites intellettuali euro-occidentali vuole dimenticare.

Il motivo di queste rimozioni non è difficile da individuare. Infatti dopo la fine delle grandi guerre ideologiche otto-novecentesche non si è affatto assitito, nella civiltà occidentale, alla "fine delle ideologie" (come molti hanno sostenuto), né tanto meno al ritorno nell'alveo della civiltà cristiana fondata sulla dignità e libertà morale di ogni essere umano. Viceversa, la desertificazione culturale e spirituale indotta da due secoli di religioni secolarizzate - come era stato profeticamente avvertito proprio dal pontefice venuto dal cuore del totalitarismo, Giovanni Paolo II - ha creato il terreno favorevole per l'avvento di una nuova forma virale delle vecchie ideologie: il radicalismo individualista/edonista che identifica libertà e diritti con la possibilità di totale "autodeterminazione" da parte dei soggatti abbastanza forti, sul piano culturale, sociale e politico, per imporre i propri desideri come norma a tutti gli altri.

L'Occidente oggi minacciato al cuore dall'assalto dell'integralismo islamico, infatti, sotto l'apparenza del costituzionalismo democratico è ormai una civiltà svuotata quasi completamente dei suoi princìpi fondanti, che implicavano un comune riconoscimento del sacro, dell'autorità, del senso della comunità di spirito. E' una post-civiltà sempre più spopolata dalla denatalizzazione (propagandata quasi come un "dovere" nei confronti dei progetti edonistici individuali e dello "sviluppo sostenibile") ed incamminata sulla via dell'eliminazione eugenetica sistematica degli individui "difettosi" attraverso la sistematizzazione di aborti "terapeutici" e non, manipolazione di embrioni, "progettazione" artificiale della procreazione, medicina predittiva, eutanasia diffusa.

Un agglomerato informe, insomma, in cui ogni cellula di condivisione e solidarietà appare disgregata o pericolosamente corrosa, e viene fatta segno - a partire dalla famiglia naturale e dalle tradizioni culturali dei popoli - di attacchi spietati intenzionati a ridurre la società ad una distesa di monadi ripiegate su se stesse, infinitamente manipolabili dai poteri oligarchici in grado di dominare tecnologia, mezzi di comunicazione e mercati. Monadi prive ormai di qualsiasi spirito di sacrificio, di qualsiasi capacità di andare oltre l'attimo presente, di individuare qualcosa per cui valga la pena di combattere, e men che meno di offrire la propria vita.

Non dovrebbe, allora, destare la minima sorpresa il fatto che proprio la civiltà occidentale, o meglio quelle rovine che oggi ne rimangono, sia oggi quella più direttamente soggetta all'offensiva del jihadismo: espressione invece - quest'ultima - radicale ed espansionista di una civiltà come quella islamico-mediorientale che, tra infinite contraddizioni e contorsioni, si manifesta invece vitale e desiderosa di crescita mantenendo i propri legami comunitari e la propria comune coscienza del sacro.

Quel moto espansionistico, peraltro, di fatto è già avanzato all'interno dell'Occidente mediante una massiccia immigrazione, riempiendo gli spazi vuoti crescenti lasciati in esso dalla disgregazione sociale e demografica. Ora, con la diffusione della violenza e del'intimidazione islamista, il jihadismo non fa altro che cercare di sancire ufficialmente ciò che si sta già gradualmente imponendo nei fatti: l'"eurabia" di cui parlò con allarme Oriana Fallaci dopo l'11 settembre 2001, ossia un'Europa in cui la civiltà europea e i suoi princìpi si troveranno ormai in una condizione di minorità.

Ma la possibilità del progetto islamista di avere successo è direttamente proporzionale alla debolezza culturale e spirituale dell'Occidente, che non sembra attualmente in grado di contrapporre ad esso nessuna identità comunitaria forte e condivisa, nessun senso del sacro altrettanto cogente, nessun principio altrettanto capace di coinvolgere e mobilitare masse, nessuna autorità in grado di raccogliere sotto di sé le disiecta membra di ciò che questa civiltà è stata è stato (si veda il declino sempre più evidente della proiezione globale degli Stati Uniti nell'epoca di Obama). Non a caso, l'islam radicale non mostra di possedere alcuna capacità di penetrazione minimamente paragonabile a quella da esso scatenata contro l'Occidente rispetto a civiltà - come quella cinese, quella russa, quelle dell'estremo Oriente, quella indiana - in cui i legami identitari, religiosi e gerarchico-autoritativi sono, al contrario, ancora vivi e forti.

In mancanza di una rapida inversione della sua tendenza involutiva, la civiltà occidentale è destinata ad essere sopraffatta dai suoi aggressori - i nuovi "barbari" islamisti ma anche eventualmente di altre provenienze - votati culturalmente, demograficamente e religiosamente all'espansione. Con il trionfo del radicalismo secolarizzato ed edonista, essa si è già posta nelle condizioni di preferire l'asservimento alla libertà, e dunque di diventare terra di conquista per invasori numerosi, motivati ed organizzati.

In fondo, la rappresentazione distopica offerta del cedimento europeo al dominio islamista nel romanzo Sottomissione di Michel Houellebecq non sembra altro che la riproposizione, in termini aggiornati ai tempi, della profezia pronunciata da Alexis de Tocqueville quasi due secoli fa: l'avvento, sulla scia della cultura democratica, di un "dispotismo gentile", dominato da un potere che riduce i cittadini a sudditi passivi dediti soltanto alla propria privata soddisfazione.

L'unico antidoto possibile a questo destino di dissoluzione ed assoggettamento, al momento, parrebbe essere un rinnovamento delle fonti di civiltà dell'Occidente attraverso un "trapianto": un'apertura all'integrazione del tessuto culturale delle esauste, secolarizzate società occidentali con i fermenti provenienti da civiltà extraeuropee (soprattutto asiatiche ed africane) caratterizzate da una propensione all'espansione altrettanto, se non anche più marcata, di quella islamica, ma al contrario di essa connotate dal solido radicamento - o da una impetuosa, crescente diffusione - del cristianesimo. Ma le classi dirigenti, le culture dominanti e i media occidentali ancora ostentano indifferenza, se non diffidenza ed ostilità, verso questi segni di vitalità che potrebbero essere decisivi per la sopravvivenza dei princìpi di libertà e diritto nati e cresciuti tra Europa e Atlantico. Chiusi nella loro pretesa superiorità laicista, li considerano segni non di nuova vita ma di "arretratezza". Vorrebbero imporre anche a quei popoli la loro cultura relativista, e non si accorgono che in tal modo stanno firmando innanzitutto la condanna delle proprie radici culturali ed etico-politiche.

 

 

 

 

 

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