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pubblicato da Aurelio Musi: Martedì 16 Dicembre 2014 alle 18:52
Antipolitica o altra politica?

Giuseppe Foscari mi invia questo intervento che volentieri pubblico sollecitando la discussione

C’è una vulgata costruita ad arte da vari scrittori di cose politiche e da qualche giornalista che si è diffusa da un po’ di tempo, secondo la quale nel nostro paese si è radicato il virus letale dell’antipolitica. Lo ha ribadito questa settimana anche il presidente della Repubblica che, per la verità, ha reso oltremodo incisivo (e ammonitivo) il suo ragionamento, parlando apertamente delle possibili deviazioni eversive dell’antipolitica e dei pericoli che da ciò potrebbero derivarne per il paese.

Per antipolitica definiamo quel sentimento di avversione alla casta, ai partiti e ai loro apparati così come si presentano ancora oggi, una ribellione neanche tanto silente alle truffe, alle clientele partitiche, ai codazzi compiacenti, insomma, una rivolta contro le derive della politica stessa, immaginata come attacco sistemico per demolire, a tratti anche con la ghigliottina in mano.

In realtà, essa è una manifestazione  libera di una disubbidienza civile, perché, e lo dico con estrema chiarezza, a mio giudizio il concetto stesso di antipolitica non esiste. Anche il semplice parlare dei gravi disastri dei partiti o denunciare pubblicamente o in privato le pratiche di coloro che antepongono gli interessi personali a quelli generali vuol dire fare politica, dire e ragionare di politica.

Io preferisco parlare di altra politica. Il che non significa che tutto ciò che vien detto da chi la pratica sia da seguire pedissequamente, perché non mancano le ‘strafalcionate’ e le fughe in avanti, le esagerazioni e le forzature.

Quest’altra politica è reclamata a gran voce, con essa si richiede onestà al ceto politico, si chiede anche con rabbia che i sacrifici del paese in questa gravissima crisi siano distribuiti equamente, e, come prescrive la Costituzione, nel rispetto e in ragione delle proprie capacità contributive. Perché quest’altra politica pretende che non si sperperi il danaro dello Stato, che i parlamentari rinuncino a privilegi e vengano retribuiti in modo ragionevole ed equilibrato. Che non si dia più credito ai burocrati dell’Europa che giocano con lo spread distruggendo le economie nazionali e riducendo al lastrico i paesi del Vecchio Continente. Potrei continuare ad libitum.

Certo, nell’era della massima esposizione mediatica e comunicativa, l’uso di un linguaggio diretto nel pretendere questa moralizzazione della politica, fatta in modo anche guascone, può contenere un potenziale eversivo, per cui è ragionevole chiedere che la battaglia dell’altra politica sia condotta con chiarezza degli obiettivi e senza sabotare il tessuto sociale, rendendolo consapevole della possibilità che vi siano altre strade democratiche da poter costruire.

Trovo però largamente più eversivo il reiterato tentativo della vecchia politica di far finta di cambiare affinché nulla cambi, come nella migliore tradizione del trasformismo italiota. La resistenza al privilegio è, senza alcun dubbio, più eversiva e sovversiva di chi chiede e pretende onestà e pari garanzie sociali.


Giuseppe Foscari

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