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pubblicato da Aurelio Musi: Venerdì 28 Novembre 2014 alle 18:06
La violenza del sistema delle caste

Sono rimasto particolarmente colpito da un articolo di Arundhati Roy dal titolo Vergogna dell’India, pubblicato dalla rivista “Prospect” e in parte ripreso da “La Repubblica” del 27 novembre. L’articolo riproduce l’introduzione della scrittrice indiana al libro di Ambedkar L’eliminazione delle caste. Questo autore aveva scritto nel 1945. “L’induismo è una vera camera dell’orrore”. E aveva denunciato le conseguenze del sistema delle caste in India pagate dai cosiddetti “intoccabili”. Oggi, scrive la Roy, il termine “intoccabile” è stato sostituito da quello di “dalit”, letteralmente “gente svantaggiata”. In realtà il termine “dalit” include “intoccabili” che si sono convertiti ad altre religioni per sfuggire allo stigma della casta. Sono davvero impressionanti i dati forniti dal National Crime Records Bureau: ogni 16 minuti un “dalit” è vittima di un crimine commesso ai suoi danni da un “non dalit”; ogni giorno più di 4 donne “intoccabili” vengono stuprate da un “toccabile”; ogni settimana 13 “dalit” vengono assassinati e 6 rapiti; nel solo 2012, anno in cui una ventitreenne venne uccisa a Delhi dopo uno stupro di gruppo, sono state violentate 1574 donne “dalit”. “Da studentessa – scrive la Roy – non trovai menzione del concetto di casta nei testi scolastici, eppure si evinceva dal nome delle persone, dal lavoro che facevano o dai matrimoni che combinavano”.

  Come spesso succede, i mezzi di informazione comunicano i nudi fatti di cronaca, i dati statistici, anche benemeriti approfondimenti, esclusivamente limitati però e schiacciati sull’attualità. Assai più raramente questi vengono integrati in un quadro di riferimento storico e, in un caso come quello affrontato dalla Roy, anche sociologico. Dunque, riprendendo lo spirito di questo blog, cerchiamo, sia pur schematicamente, di gettare luce sulle radici storiche delle orribili conseguenze e deformazioni denunciate assai efficacemente e drammaticamente da Arundhati Roy.

  La storia moderna dell’India nasce con l’impero moghul che, al principio del Cinquecento, si insediò sulle rovine del sultanato e portò ad una prima, parziale unificazione del territorio indiano. Il suo artefice fu il re Akbar (1542-1605) che, dopo circa un cinquantennio, si impadronì di tutta l’India settentrionale con l’Afghanistan, il Kashmir, il Sind e il Belucistan. Certo morì senza realizzare il sogno di un impero panindiano: ma al principio del XVII secolo aveva unificato sotto il potere moghul oltre la metà del territorio indiano. Il fondamento di questo Stato era militare: ogni funzionario era membro dell’esercito. Al vertice dello Stato era l’imperatore, comandante delle forze armate, fonte della giustizia e dell’amministrazione. Il reclutamento dei funzionari non passava attraverso una specifica formazione e un esame come in Cina; l’imperatore li sceglieva e li inquadrava in una rigida scala gerarchica, stabiliva lui stesso le condizioni del servizio. L’economia era fondata prevalentemente sul lavoro agricolo. Le città non erano assenti, ma le loro funzioni prevalenti non erano artigiane e mercantili, ma politiche e religiose.

 Perché questo sistema resse a lungo e non provocò grandi rivolgimenti sociali? Fu soprattutto il sistema delle caste, che inquadrava l’individuo dal concepimento alla tomba, a rendere quasi superflua in India la centralizzazione del potere che caratterizzò gli altri Stati del tempo. Il sistema delle caste organizzava la popolazione in gruppi ereditari ed endogamici: in questi gruppi i maschi svolgevano, tramandandola di padre in figlio, lo stesso tipo di funzione sociale, quale quelle di sacerdote, guerriero, artigiano, coltivatore, ecc. Forti pregiudizi religiosi contribuivano a dividere, a gerarchizzare, a segregare e a marginalizzare. La casta serviva a organizzare la vita della comunità di villaggio, cellula fondamentale della società indiana.

  La colonizzazione inglese lasciò fondamentalmente intatto il sistema delle caste. E anche la rivoluzione non violenta di Gandhi, il grande artefice dell’indipendenza indiana, non riuscì ad intaccare il sistema. La modernizzazione successiva del paese portò al decollo industriale, all’autosufficienza alimentare, persino al possesso della bomba atomica, ma, nonostante qualche sforzo soprattutto ad opera di Indira Gandhi, le caste continuarono a costituire il riferimento prevalente per la gerarchizzazione ereditaria della società e per i meccanismi di inclusione ed esclusione.

   Oggi la situazione è esattamente quella denunciata da Arundhati Roy. Ella si chiede come mai, a differenza di altri abomini contemporanei (apartheid, razzismo, imperialismo economico e fondamentalismo) che sono stati oggetto di critica sotto il profilo politico e intellettuale a livello internazionale, il sistema delle caste in India – una delle modalità più brutali di organizzazione sociale gerarchica che l’umanità conosca – sia riuscito a s fuggire a un simile scrutinio e censura. La sua risposta conclusiva è la seguente (e deve far riflettere): “Forse perché il sistema delle caste è ormai talmente fuso con l’induismo e, per estensione, con ciò che è giudicato bello e buono (il misticismo, lo spiritualismo, la non violenza, la tolleranza, il vegetarismo, Gandhi, lo yoga, il turismo zaino in spalla, i Beatles), che, almeno dal di fuori, sembra impossibile scardinarlo e tentare di comprenderlo”.

                                                  AURELIO MUSI

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