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pubblicato da Eugenio Capozzi: Martedì 14 Ottobre 2014 alle 10:01
La Chiesa cattolica, il Sinodo e i naufraghi del progressismo individualista occidentale

Il Sinodo straordinario sulla famiglia ora in corso a Roma rappresenta un tornante storico per la Chiesa cattolica, ma in un senso ben diverso da quello che sembrano cogliere la stragrande maggioranza dei media e dei commentatori.

L'immagine che prevalentemente passa sui mezzi d'informazione e nel dibattito pubblico occidentale, europeo e italiano è quella di una Chiesa che, sulle questioni riguardanti la sessualità e la famiglia, si trova di fornte al bivio se "adeguarsi" alla cultura ormai dominante nei paesi di civiltà occidentale - quella dell'assoluto individualismo libertario - o se resistere ad essa, "arroccandosi" su posizioni conservatrici e "inattuali". Lo stereotipo largamente veicolato, in tal senso, è quello di una rappresentazione in cui a papa Francesco viene assegnato il ruolo del "buono" e "progressista", intenzionato a "riconciliare" la Chiesa con il mondo "moderno" attraverso una sostanziale accettazione della morale sessuale oggi divenuta la nuova (e ormai quasi dittatoriale) ortodossia nel mondo occidentale, ostacolato da gretti e bigotti conservatori chiusi in una concezione formalista, escludente della dottrina cristiana.

Certo, va detto che all'interno delle gerarchie ecclesiastiche alcune voci nel confronto in corso (da diverse posizioni) hanno incautamente incoraggiato questa artificiosa rappresentazione. Ma quanti vogliono ridurre ad essa la poderosa riflessione avviata sul tema della famiglia con la convocazione del Sinodo non ne colgono minimamente l'essenza, e probabilmente non ne comprenderanno nei prossimi mesi nemmeno gli esiti e le conseguenze. Il senso di urgenza che ha spinto il Papa a porre subito all'ordine del giorno con il massimo risalto i temi della sessualità non è la constatazione di una presunta "arretratezza" della Chiesa, ma è, in realtà, il segno dell'acuta percezione che in seno ad essa si è fatta ampiamente strada del fatto che ci troviamo ormai ad una svolta drammatica nella storia dell'intera civiltà di origine europea diffusasi nel mondo con la globalizzazione. Una fase in cui quella civiltà come l'abbiamo per lungo tempo conosciuta mostra, insieme al suo apparente trionfo nella forma della cultura dei "diritti" individuali, i sintomi di un vero e proprio possibile collasso. E nel quale ai cristiani, ed in particolare ai cattolici, spetta, ancora una volta nella loro storia, un ruolo delicato e forse decisivo.

In sintesi, negli ultimi decenni sulle ceneri dei grandi scontri ideologici del Novecento la cultura di un radicalismo individualista che identifica i "diritti civili" con i desideri di affermazione e status personale è rapidamente giunta a trionfare nelle società liberaldemocratiche, travolgendo le resistenze dei tradizionalismi comunitari: riprendendo ed estremizzando, con il supporto di molte nuove possibilità offerte dalla tecnica, il libertarismo della rivoluzione sessuale post-sessantottina, alla luce di una concezione dell'individuo recisamente competitiva, slegata ormai da ogni idea di responsabilità morale e sociale verso i suoi simili:  da qui l'universalizzazione di una dimensione ormai "liquida" dei rapporti  personali fuori da ogni vincolo familiare, la rivendicazione diffusa della più ampia manipolazione della vita umana negli stadi più fragili della gestazione, dell'infanzia, della malattia e della fine, e l'affermazione della gender theory, implicante il rifiuto di qualsiasi differenziazione e complementarità dei sessi, e l'assoluta intercambiabilità di ruoli e identità sessuali secondo i progetti e le preferenze individuali.

Ma questo trionfo è stato ottenuto ad un prezzo molto elevato, e sempre più ne emergono con evidenza le implicazioni profondamente distruttive degli equilibri sociali e culturali su cui l'Occidente è cresciuto nei secoli. Da un lato, esso ha prodotto società in cui non soltanto vecchie gerarchie sociali e responsabilità comunitarie, ma ogni stabilità e sicurezza sociale sono drammaticamente franate, con la disgregazione dei nuclei familiari, l'epocale crollo demografico, la crescita di generazioni di giovani soli, insicuri, animati da sentimenti di ansia o rancore verso le generazioni precedenti e sempre meno propensi ad assumersi a loro volta le responsabilità di formare e guidare nuove famiglie, formando le generazioni successive. La frammentazione e il vuoto indotti dall'individualismo libertario dominante sono stati, in tal senso, una causa non secondaria - anche se quasi sempre trascurata dai commentatori che identificano la svolta libertaria con un "progresso" necessario e benefico delle società "liberali" - della grande crisi economico-finanziaria che da molti anni attanaglia l'Occidente: la quale è innanzitutto il frutto di società stanche, invecchiate, sfiduciate, impaurite, sempre più incapaci di assumersi rischi, di partorire esseri umani e idee, di amare la vita e desiderare il futuro, e che si consumano invece in un eterno presente di soddisfazioni effimere.

Dall'altro lato, ma corrispondentemente, la dittatura dell'individualismo "desiderante" ha scavato un solco sempre più profondo, fino all'incomunicabilità culturale, tra l'Occidente e il resto del mondo (in particolare i popoli asiatici e ed africani, ma, come è divenuto chiaro negli ultimi anni, anche la Russia che ha ritrovato dopo il comunismo il senso della propria identità nazionale e culturale), che invece non comprende e rifiuta queste concezioni dei diritti, rimanendo legato strettamente - pur accettando la globalizzazione tecnica ed economica occidentale - alle tradizionali visioni comunitaristiche e di stabilità dei ruoli sessuali e familiari. O addirittura - come nel caso del mondo islamico - venuto a contatto con questo aspetto della "modernizzazione" occidentale reagisce in modo speculare producendo l'accezione estremistica, ferocemente repressiva, del tradizionalismo etico propria dell'ideologia integralista.

Come si colloca, in questo contesto, la Chiesa cattolica?

Va detto, innanzitutto, che essa è ormai l'unica confessione e istituzione religiosa euro-occidentale che abbia un'effettiva proiezione globale, essendo presente, ed anzi mostrando segni di espansione, in tutti i contesti di civiltà e culturali del pianeta, inclusi proprio quelli che oggi sui temi etici e dei diritti si trovano sempre più lontani dall'ethos individualista del "primo mondo".

In secondo luogo, quella cattolica è l'unica confessione religiosa nel mondo euro-occidentale, e l'unica matrice culturale, ad aver mantenuto una posizione di ferma ed intransigente difesa della vita umana in tutti i suoi stadi (contro aborto, eutanasia, fecondazione eterologa e manipolazione di embrioni) e di altrettanto intransigente difesa dell'integrità della famiglia attraverso l'affermazione dell'indissolubilità del matrimonio el’opposizione all’equiparazione ad esso delle convivenze etero- e omosessuali. Per questo motivo essa è stata sottoposta ad un attacco crescente, concentrico da parte di intellettuali ed opinion makers legati alla nuova ortodossia liberal/radicale, venendo dipinta, appunto, come un bastione dell'oscurantismo che si opporrebbe alla marcia inarrestabile del progresso.

Ma è proprio qui che si innesta la posizione cruciale occupata, in questo delicato passaggio storico, dalla Chiesa, e la decisa iniziativa assunta in merito da Papa Bergoglio all'inizio del suo pontificato. La forte impronta di rinnovamento impressa dal pontefice argentino nell'approccio all'evangelizzazione e nella comunicazione - sintetizzabile nella spinta ad un nuovo dialogo a tutto campo con il mondo occidentale globalizzato/secolarizzato - si fonda innanzitutto su una valutazione realistica del "clima" culturale dominante nell'attuale occidente, coniugata ad una intensa preoccupazione per il suo destino. Francesco ha maturato la convinzione – e rappresenta all'interno della Chiesa l'ormai ampia condivisione di essa – che quel mondo, il quale oggi brandisce con tanta aggressività la sua cultura libertaria iper-laicista, assediando e tentando di demolire ogni resistenza di un umanesimo integrale fondato sulla intangibilità della vita e della famiglia, è il terreno con cui necessariamente la Chiesa deve confrontarsi, senza schermi né difese, se non vuole chiudersi appunto nella logica della fortezza assediata, come la dipingono i suoi più feroci critici. Ma, dall'altro lato, il pontefice lascia trasparire la convinzione che quella totalizzante egemonia del progressismo secolarizzato sia monolitica soltanto in apparenza: ad uno sguardo appena più attento, essa si rivela come la sottile copertura di quella crisi profonda, forse irreversibile, di civiltà di cui accennavamo sopra. L'ossessiva rincorsa dell'assoluta autodeterminazione individuale come ultimo stadio della ideologia liberale si infrange sul crescente, diffuso senso di un esaurimento dell'energia vitale in direzione di un progresso autentico e durevole delle società, che soltanto un condiviso umanesimo life-oriented, fautore di una continuità ed eredità intergenerazionale nella stabilità esistenziale, poteva e potrebbe assicurare. La società delle relazioni "liquide" è una società in cui domina quella che il Papa ha chiamato “la cultura dello scarto”, l’esclusione sistematica dei deboli, e che lancia sempre più evidenti richieste di aiuto, domande di senso ormai strutturalmente inevase.

La visione della Chiesa come "ospedale da campo" del mondo contemporaneo, luogo dove si curano innanzitutto le ferite da esso inferte agli esseri umani, e l'esortazione alla Chiesa ad uscire da se stessa per andare verso le "periferie esistenziali" da parte del pontefice hanno appunto in primo luogo questo significato: per la specificità del suo fondamento e della sua storia, e per la sua peculiare capacità di comprendere e prevedere la crisi strutturale del mondo individualista/secolarizzato, la Chiesa cattolica ha l'occasione, ma anche l'urgente dovere, di aprire un canale di comunicazione con le vittime ed i reduci della grande disgregazione a cui quel mondo sta andando incontro. E' la sola che può diagnosticare e curare le loro malattie, la sola che può raccogliere i frammenti sparsi di una crisi di civiltà per ricostruire, nel mondo globale sempre meno diviso da mura culturali, il tessuto unitario di una cultura delle libertà e dei diritti che sia anche una cultura umanistica condivisa della vita umana nella sua irrinunciabile essenza di comunità e comunione.

La vera questione aperta dalla sfida di Francesco, e che trova in questo primo atto del Sinodo un momento altamente qualificante, è se la Chiesa e il mondo cattolico saranno in grado, nell'esercitare questa colossale opera di accoglienza e di rigenerazione, di mantenere la loro felice alterità, anzi si direbbe "eresia",  rispetto alla cultura global/secolare egemone, oppure se quell'alterità verrà fagocitata da un'interpretazione "debole" di quell'accoglienza, dall'interessata ed artificiosa riduzione, da parte della cultura etico-politica dominante, di quell'afflato di carità insito nei cromosomi del cristianesimo in un'ennesima versione ideologica del solidarismo "buonista", enervato da ogni riferimento alla "pericolosa" idea della natura peccaminosa dell'uomo. Sarebbe la riduzione della Chiesa ad "o.n.g.", che lo stesso Francesco, in una delle prime allocuzioni del suo pontificato, ha paventato come una delle tentazioni e dei rischi maggiori che incombono oggi su di essa. 

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