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pubblicato da Aurelio Musi: Venerdì 03 Ottobre 2014 alle 10:50
Il sindaco sospeso

                      AURELIO MUSI

                     Il sindaco sospeso

La sospensione di un sindaco dalle sue funzioni per via giudiziaria, quindi per decreto prefettizio, è atto assai grave, soprattutto nel caso del primo cittadino di una grande metropoli come Napoli. I motivi della gravità sono molteplici. Innanzitutto l’epilogo della vicenda de Magistris dimostra come ormai troppo spesso in Italia la magistratura svolga compiti di supplenza della politica o, per lo meno, interferisca pesantemente con essa. Nella specifica condizione napoletana, in secondo luogo, le prove non esaltanti offerte da de Magistris lungo un triennio di sindacatura avrebbero dovuto imporre la sfiducia nei suoi confronti e le conseguenti dimissioni dell’intera giunta non certo per via giudiziaria ma attraverso gli strumenti della vita democratica. Terzo motivo di gravità: la sospensione del sindaco coincide con la vigilia di un’elezione di secondo livello il 12 ottobre, che dovrà sancire l’avvio della nuova città metropolitana. La destabilizzazione dell’amministrazione non è certo il prologo più favorevole dell’importante novità istituzionale. Infine il giorno del decreto prefettizio ha coinciso con un evento internazionale di notevole rilievo: la riunione a Napoli del board della BCE alla presenza del capo dello Stato. Si è trattato dunque di un ulteriore momento della negativa rappresentazione della città a livello mondiale.

  Nello spirito di questo blog non voglio dilungarmi sul fatto di cronaca, ma inquadrarlo nella storia di un ciclo politico locale del nostro paese, del quale, forse, la condanna in primo grado di de Magistris costituisce la conclusione. Assai schematicamente il ciclo politico locale, a cui mi riferisco, ha attraversato tre fasi. La prima è quella dell’apogeo e della crisi del bassolinismo, un fenomeno cioè che ha visto lo schiacciamento della politica sull’amministrazione e la creazione di un blocco omogeneo di potere intorno al sindaco poi governatore della Campania. Questo sistema, tutto identificato nel suo leader, ha riprodotto se stesso, ha lasciato in eredità signori delle tessere e macchine elettorali, ma ha bloccato di fatto la formazione di classi dirigenti in grado di produrre un fisiologico ricambio di leadership. La guida del centro-destra alla regione è stata l’inevitabile conclusione di questa prima fase.

  La seconda fase si aprì all’insegna di una parola d’ordine: “discontinuità”. Si trattò di un guscio vuoto, uno slogan privo di contenuto, senza la forza di una base concreta di riferimento. Le primarie divennero una mitologia: qualcuno credette di poter riprodurre sulla scala locale la spinta straordinaria che aveva caratterizzato le primarie del pd sulla scala nazionale. La guerra per bande, i conflitti personali tra micronotabili produssero come risultato dell’ultima ora un candidato improbabile. E fu il grande pasticcio, che ancora oggi non è stato ricostruito nelle sue vere dinamiche. Dal caos emerse il candidato sindaco de Magistris, che ottenne quasi il 65% dei consensi, ma in presenza di un alto indice di astensionismo. Dopo il successo elettorale entusiasmante, cessato il senso di liberazione che si è avvertito in città, dovuto alla percezione della svolta, è andata prevalendo la preoccupazione per il difficile passaggio dalle promesse ai fatti e ai primi giudizi entusiastici è succeduto un atteggiamento più consapevole e riflessivo.

 Il bilancio del primo triennio ha messo capo a una serie di criticità identificabili nell’operato del sindaco: il suo sbilanciarsi in promesse come la raccolta differenziata al 70%; una fumosa ideologia dei “beni comuni”; il rapporto privilegiato con una miriade di movimenti dalla fisionomia non sempre limpida; un certo populismo, tendente a scavalcare i partiti; la tendenza al solipsismo e all’isolamento, col conseguente ripiegamento su una ristretta squadra di fidati collaboratori. I rimpasti continui e le sostituzioni a volte immotivate di donne e uomini della squadra del sindaco hanno fortemente disorientato e destabilizzato l’opinione pubblica. De Magistris, privo di un solido partito di riferimento, ha creato una concentrazione di poteri nel vicesindaco Sodano e in qualche altro assessore, paragonabile solo, per le sue proporzioni, a quanto avveniva nella cosiddetta “prima repubblica”. Il sindaco ha tenuto ai margini dell’amministrazione il Pd e pezzi della società civile. Ha ingaggiato uno scontro frontale col governo del paese proprio nel momento in cui sarebbe stato necessario un incessante e proficuo dialogo. Oggi, nelle condizioni in cui versa la città, tra degrado urbano, crolli, pezzi del patrimonio culturale e architettonico che vanno in fumo, trasporti in tilt, situazione finanziaria tra predissesto e dissesto, qualsiasi ipotesi di exit strategy per de Magistris deve assolutamente escludere la sua riproposizione come sindaco, indipendentemente dagli esiti della sua vicenda giudiziaria.

  Ma la responsabilità del degrado di una metropoli come Napoli non è solo di chi ha governato negli ultimi tre anni la città. L’ambigua posizione del Pd in consiglio comunale, la carenza di progetti per Napoli e prospettive di più ampio respiro sia nello stesso partito democratico sia nelle opposizioni, che a volte hanno operato in regime consociativo sono fattori non secondari della condizione critica in cui versa oggi Napoli.

  Da tutto ciò si ricava una lezione: solo una più sana, matura dialettica democratica tra governo e opposizione, congiunta con una maggiore qualificazione del ceto politico locale, può avviare il rinnovamento delle amministrazioni cittadine meridionali e, più in generale, italiane.

                                        

   

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