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pubblicato da Massimo Locicero: Giovedì 09 Febbraio 2017 alle 17:17
Saliscendi dal 1917 al 2017: il centenario dell’associazione degli industriali e la storia dei cento anni in gioco
Questa č la vicenda di un secolo singolare, il novecento, che ridimensiona progressivamente la questione italiana: economica e politica, simul stabunt simul cadent. Ma č anche la storia di un centenario.

Nel 1884 Napoli riuscì a scatenare una epidemia di colera. Ma dal 1885 al 1917, la capitale perduta diventa una vera e propria metropoli europea: sul confine del rapporto tra l’Europa e la sponda sud del mediterraneo. Sono anni in cui si riorganizza la struttura urbana, arrivano industrie meccaniche, la riorganizzazione urbana accende le reti di trasporto, tranviarie, l’illuminazione delle strade, l’elettricità. Capitali esteri vengono impiegati per tutti questi investimenti, la crescita urbana, la cultura e la Belle Époque offrono a Napoli la qualità economica e politica che la riscatta dal regno perduto. Uomini d’affari napoletani, ma anche provenienti dal resto d’Europa, creano, nel 1917 l’associazionismo imprenditoriale con una lunga stagione alle spalle: li guida Maurizio Capuano, avvocato ed imprenditore, che è il presidente della Società Meridionale Elettrica ma è anche la guida di questa società napoletana, che è diventata ricca e cosmopolita. Sta per finire la prima guerra mondiale. Ma dal 1917 alla fine degli anni sessanta, nonostante alcuni problemi Napoli regge ancora. Ci sono l’Iri, che aiuta le imprese e le collega allo Stato ma non le statalizza; arrivano fondi dagli Stati Uniti, nasce la Cassa del Mezzogiorno, aiutata dallo stile e dallo schema della Tennessee Valley Authority negli anni trenta. Nasce una spinta alla riorganizzazione di Napoli. E dopo la seconda guerra mondiale nascono la voglia e la volontà di creare un Piano Regolatore, che possa essere governato dai grand commis istituzionali e dagli imprenditori della metropoli meridionale. Nel 1959 fa capolino il centrosinistra e poi, subito dopo il miracolo economico. Carli spegne la spinta eccessiva degli investimenti nel 1964: Ernesto Mazzetti scrive un libro importante, che parla del casertano come l’area del nord nel Mezzogiorno, viste le fabbriche nazionali ed estere che si contendono la crescita da Salerno a Frosinone. Gli anni settanta spengono gli ardori: crisi energetica e crisi politica si sovrappongono, il terrorismo appare sulla scena. Aldo Moro, che con Aristide Fanfani aveva aperto la porta al centrosinistra, viene assassinato. Negli anni ottanta esplode la bolla del terremoto in Campania: scompaiono gli ultimi sforzi delle sovvenzioni alle imprese e nasce la slavina di una enorme spesa di stato, insieme ad un aumento del debito pubblico. Scrive Pierluigi Ciocca nel 2005 che, dopo il 1992, e la crisi fiscale e valutaria del paese, l’economia italiana diventa languente: “la peggiore performance della sua economia in periodi di pace dal tempo di Cavour e della Destra Storica”. E continua Ciocca: “Nel 1992 l’IRI fu trasformato in società per azioni e prese avvio la sistematica cessione delle sue imprese. Nel 2000 l’Istituto venne posto in liquidazione, chiusa nel 2002”. Del resto scompare l’Iri di Beneduce, che lo aveva trasformato in una sorta di efficiente banca di affari. Scompare la spinta di Pasquale Saraceno, che cercava di essere l’advisor della politica, mentre la politica si allargava pressantemente allo statalismo inutile. Ciampi ci traghetta nell’euro ma da quel momento scompare la questione meridionale e nasce, ormai, una questione settentrionale che vuole ridurre in due l’Italia. Mentre nel Mezzogiorno cercano di costruire progetti dal basso e dal territorio meridionale: ma non riescono a raccogliere la necessità di integrare nord e sud per integrare l’Italia in Europa. La crisi del 2008 separa ulteriormente il sud dal nord ma anche il nord dall’Europa del Nord. L’Unione Europea non è un’area monetaria ottimale e si vede, proprio dalla crisi. Che lascia alla deriva i paesi mediterranei mentre la Germania si arrocca sui paesi baltici e su quelli scandinavi. Dalla crisi del 1992 non ci siamo mai più rialzati: anche perché sono scomparsi i partiti e, di conseguenza, è scomparsa anche la politica. E senza la politica, le sue visioni e le sue speranze, non si va da nessuna parte mentre la burocrazia si espande languida nella molteplice macchina frammentata dello Stato: Regioni, province, città metropolitane e comuni. Ma anche altre parti del sistema che si sgrana progressivamente. Negli anni ottanta il Sud avanza l’ultimo sussulto: che annega nella slavina dei soldi dello Stato mentre Napoli si divide tra i pro ed i contro del “Regno del Possibile”. Nome azzeccato ma mai sperimentato, purtroppo. Perché puoi ambire al possibile ma è sempre più semplice che chi non vuole praticare l’ambizione racconta che è meglio che le cose restino come stanno. Certo è più facile rimandare ed aspettare piuttosto di voler creare una comunità coesa che sappia cosa vuole e come realizzarla. A Napoli questa strada è stata smarrita dalla comunità degli industriali e degli analisti, che si sono frantumati tra loro negli anni ottanta. Ma Napoli è anche entrata nel regno di una spinta dal basso che non aveva né la forza né la strategia di poter diventare la grande metropoli che era stata nella bella epoque. Dunque si è arenata negli anni novanta, poi dall’euro al 2008 ed, infine, nella melma della crisi che ha sconvolto il Mezzogiorno dilatando ulteriormente la propria possibilità di ricucire il sud con il nord. E l’Italia con l’Europa. La prima spiegazione di questo centenario è difficile. Maurizio Capuano, nel 1917, aveva alle spalle l’industria, le reti, il porto, l’elettricità, la cultura e la conoscenza: poteva agire e creare una comunità di imprenditori che, insieme, avrebbero alimentato le forze che erano alle sue spalle.

Mentre ora ci sono solo le forze fragili presenti dell’industria napoletana che esiste, ma si è sgonfiata; agisce verso i mercati esteri ma non riesce a sviluppare un mercato interno ed una capacità di spesa adeguata; è circondata dalla spinta del terziario e dei servizi ma è accerchiata da una grande popolazione. Con molti giovani disoccupati. Molte piccole imprese, aziende in bilico, imprese tecnologiche e capaci di agire: per se stesse. Non bastano gli enti locali per allargare questo spettro: non bastano gli sforzi intrapresi negli ultimi quattro anni da parte del Governo. Una lunga deriva negativa ci ha portato in secca.

Senza i partiti non esiste la politica e se non esiste la politica non possono funzionare l’economia e la finanza. Non si tratta di chiedere allo Stato; ovviamente: ogni impresa riconduce a se stessa i suoi saperi, e le sue invenzioni, ma non può e non deve allargare troppo il raggio del suo futuro possibile. Deve restare in relazione con l’incertezza diffusa dalla cattiva politica per trovare un nuovo futuro se e quando l’incertezza sarà diradata. Cento anni dopo bisogna convivere con l’incertezza e sperare nel ritorno della politica sulla scena. Capuano nel 1917 camminava su un autostrada. Nel 2017 bisogna trovare adeguati compagni di strada: l’economia e la politica; le imprese, le banche e le università, un vero mercato del lavoro. Ma questa non è un autostrada ed è anche abbastanza ripida per andare avanti.   

 

Link utili

 

Pierluigi Ciocca, Storia dell'IRI, 6. L'IRI nella economia italiana, Storia e Società, Editori Laterza, 2015

http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858114612

Giuseppe CENZATO,  Dizionario Biografico degli Italiani

Volume 23 (1979);  http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-cenzato_(Dizionario-Biografico)/

CLASSI DIRIGENTI, L’etica e l’utilità: appunti sul «meridionalismo

razionale» dell’ingegner Cenzato di Stefania Barca

http://www.rivistameridiana.it/files/31—articolo-8-barca.pdf

Massimo Lo Cicero, Ecco perché non riusciamo a crescere!

Politica e rappresentanza associativa in Italia: gli attori che non agiscono nella dimensione macroeconomica. Troppo frammentati.

Micro e Macro, 1 maggio 2015. http://www.lacropoli.it/blog/news.php?nid=53#.WJyPYtThDs0

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