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pubblicato da Aurelio Musi: Giovedì 01 Settembre 2016 alle 10:44
Tu vuo' fa' l'americano

La celebre canzone di Renato Carosone ben si addice ai protagonisti della “nouvelle vague” che sta caratterizzando la formulazione dei criteri di valutazione dell’attività scientifica universitaria italiana. “Tu vuo’ fa’ l’americano”: ossia l’imitazione fuori contesto può facilmente scivolare nel provincialismo e suscitare pertanto qualche reazione ironica, allorché si pretende di importare strumenti e tecniche presumibilmente più avanzati, senza preoccuparsi delle loro possibilità di applicazione e, soprattutto, del loro valore realmente innovativo.

 Il Decreto ministeriale del 7 giugno 2016 stabilisce in 5 righi “criteri e parametri dei candidati ai fini dell’attribuzione dell’abilitazione scientifica nazionale” (ASN). L’Anvur (l’agenzia nazionale per la valutazione della ricerca) emana quindi un regolamento in 10 pagine “per la classificazione delle riviste nelle aree non bibliometriche”.

  Non vogliamo tormentare il lettore con la puntigliosa analisi per addetti ai lavori sia della normativa ministeriale sia del regolamento dell’Anvur, un organismo che doveva caratterizzarsi per la sua terzietà con funzioni di consulenza e invece è diventato il referente diretto del ministero, vero dominus della valutazione della ricerca in Italia. Due documenti, quello delle società degli storici e quello del comitato direttivo della “Nuova Rivista Storica”, sono utili per entrare nei particolari della questione.

  Qui vogliamo mettere in evidenza piuttosto la filosofia che ispira soprattutto il regolamento dell’Anvur. Le riviste di fascia A sono il vero totem della valutazione. Una volta era in vigore per i ricercatori aspiranti professori universitari il motto: “publish or perish”. Oggi non sono più necessari libri e monografie, ma bastano brevi articoli purché pubblicati in riviste indicizzate in SCOPUS o WOS, due agenzie private di natura commerciale.  

  Pertanto il modello che va configurandosi è il seguente: ricercatori e professori di area umanistica si affannano a scrivere brevi articoli in inglese; viene meno il processo del “work in progress” che trova il suo sbocco naturale in una monografia; le riviste di fascia A rischiano di diventare quelle che privilegiano la loro funzione di contenitori dei brevi lavori scientifici dei soggetti universitari già strutturati, disincentivando così lavori di più ampio respiro di giovani e meno giovani aspiranti alla carriera universitaria.

  E’ questa la deriva della ricerca umanistica in Italia, favorita dal combinato disposto del Miur e dell’Anvur.

                                            AURELIO MUSI 

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