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pubblicato da Eugenio Capozzi: Venerdì 25 Marzo 2016 alle 21:08
Getsemani: il male radicale, il potere, il "punto zero" della storia.

"Ma questa è l'ora vostra, e il potere delle tenebre" (Luca, 22, 53).
Nel racconto di Luca Gesù scende fino in fondo al mistero del male nella storia umana. Entra nella consapevolezza del Suo sacrificio come in un abisso buio che pare senza fine, in cui trionfano soltanto grotteschi poteri senza volto, ridotti a maschere del vuoto che ha risucchiato l'intera famiglia dei figli di Adamo ed Eva. Potenti che, come Erode e Pilato, diventano "amici tra loro" (23, 12) proprio attraverso la complicità nella persecuzione inflitta al Figlio dell'Uomo, e sembrano in grado di 'imporre senza più nessun ostacolo la loro legge di sopruso e violenza. La storia, nel "punto zero" dell'agonia di Cristo, si manifesta pienamente nella sua forma di pura manifestazione della forza, di "bellum omnium contra omnes": suggellata dalla congiunzione  tra soggezione e demagogia come cifra caratteristica della sovranità, del rapporto tra governanti e governati, e rinsaldata da quel sacrificio del Capro espiatorio innocente, le cui dinamiche nel Novecento sarebbero state illuminate dalla riflessione di René Girard. 
Quel vuoto Gesù sente risuonare persino nelle promesse di fedeltà di Pietro, che sa essere tanto vane da liquefarsi come neve al sole in poche ore, prima del canto del gallo. O nell'incomprensione dei discepoli che non capiscono la sua allusione alla necessità della "spada" e se ne procurano subito un paio (non comprendono quale combattimento si sta preparando davvero per l'umanità intera, quale campo di battaglia... ), o cercano goffamente di usarle più tardi per difenderlo dall'arresto, suscitando in lui la stessa reazione sconsolata, insofferente: "Basta!" (22,38; 22, 49).
Quel vuoto Egli vede riflesso anche negli amici che nell'orto del Getsemani si addormentano "per la tristezza" (22, 45), forse prima e più ancora che nel tradimento e nel bacio di Giuda. E' la tristezza di un popolo che muore piano, si spegne senza reagire, nello smarrimento, e non vede più la strada, la sfida, la meta: sono rimaste solo le pecore senza pastore, la messe senza operai. 
Nel momento in cui la sua anima "è triste fino alla morte" (Marco, 14, 34), in cui il suo sudore diventa come sangue e viene ingoiato dalla terra di quel giardino che tante volte lo aveva accolto - ora divenuta nemica, disperatamente arida -, il Figlio dell'Uomo sente, come la prima spina piantata nella Sua carne, tutto l'orrore apparentemente cieco della storia umana, sequenza ininterrotta di sopraffazione, ingiuria, paura. Quasi si immedesima in quei poveri amici addormentati, o addirittura quasi li invidia perché non vedono l'orrore fino in fondo. "Dormite pure e riposatevi" (Matteo, 26, 45).
Soltanto lo scontro tra questa terribile, radicale consapevolezza e la volontà del Padre, riflesso del Cristo come Logos della realtà, ricostruisce il senso del Suo sacrificio. Solo attraverso quel dolore assoluto, quella solitudine vertiginosa già consumata prima ancora del processo, della flagellazione, della Croce, il Nadir in cui si afferma senza rivali il potere del "principe di questo mondo" è superato. La storia si rimette in moto, ritrova il suo corso. Riallacciandosi alla profezia del Deutero-Isaia, che aveva intravisto nel "Santo" sacrificato innocente il punto di snodo nella storia del suo popolo, la scintilla della sua redenzione, del suo ritorno nell'alveo della ragione attraverso la "follia" di quell'inerme sopraffatto dalla violenza che attraverso la sofferenza guarisce e rigenera. Di quell'essere umano che apparentemente sintetizza il massimo della debolezza, dell'insignificanza, e che proprio attraverso essa, nell'estrema umiliazione, rivela la sua potenza come nuovo motore della storia. "Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire,come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori [...]Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità.Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti" (Isaia, 53, 3-5). 
Solo dall'abisso della discesa agli inferi di un'umanità caduta senza nessun appiglio - per la quale anche gli argini dell'Alleanza tra Dio e il Suo popolo, sancita dalla Legge, sono stati erosi e frantumati dall'energia cieca del potere onnivoro - si sprigiona la forza imprevedibile che, dal sepolcro vuoto, attirerà le pecore disperse, produrrà un vincolo di natura inedita, inventerà un linguaggio condiviso in cui la stessa condizione umana sarà riformulata secondo una dignità assoluta.
Quel gregge, come i discepoli sperduti nel buio di Emmaus, avvertirà attraverso l'ignota parola e amicizia del vagabondo sconosciuto, ancora senza comprenderlo pienamente, il calore vicino del Pastore. Il passaggio attraverso la morte non è stato simbolico, non è stato un copione già scritto. Soltanto attraverso la reale disperazione, l'angoscia della dissoluzione vissuta fino all'estremo limite della dicibilità, ed anzi oltre esso, il granello di senape si trasforma e trasfigura ritrovandosi come albero ombroso alla cui ombra gli uccelli trovano riparo: la storia ha un senso, si rivela come processo, come compimento. Attraverso il sacrificio, in un dolore che si rivela non cieco ma fecondo, prende forma intorno al Mediterraneo - nella fusione tra la cultura semitica e quella dell'Impero romano, quella che sarà lungo millenni di sviluppo la cultura europea, occidentale, globalizzata. 
Quegli uomini deboli, vanitosi, pavidi, tristi a poco a poco ricorderanno che non stanno fuggendo, ma camminando verso una meta. La vicenda degli uomini ritorna Logos, filo tracciato da una ragione che si può, si deve raccontare. Il loro racconto seminerà le spore di una concezione del tempo per la prima volta comrpeso come crescita e maturazione dell'umanità da un punto di vista universale. 
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