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pubblicato da Aurelio Musi: Mercoledì 16 Marzo 2016 alle 17:54
Un laboratorio della transizione storica

AURELIO MUSI

Silvia Mantini, nel suo ultimo volume dal titolo Appartenenze storiche. Mutamenti e transizioni al confine del Regno di Napoli tra Seicento e Settecento (Aracne ed., 2016), affronta, a partire dal laboratorio aquilano e abruzzese, tre questioni della massima rilevanza storica.

  La prima è l'autocoscienza della continuità dell'impero tra XVII e XVIII secolo nelle popolazioni del Regno di Napoli: in particolare nei sudditi che abitavano in una realtà di confine come il territorio aquilano. Nel passaggio dagli Asburgo di Spagna agli Asburgo d'Austria l'elemento della continuità imperiale è assai vivo. Dopo il 1707, nel legittimo ossequio al nuovo sovrano Carlo, prevale la continuità con la dinastia d'Asburgo piuttosto che la discontinuità rappresentata dal nuovo governo. Quel che conta è sentirsi devoti e sudditi di un monarca asburgico, non importa se di Spagna o d'Austria.

  La seconda questione ha a che fare con il rapporto fra declinazione singolare e declinazioni plurali dei sentimenti di appartenenza nell'antico regime. L'unico sentimento di fedeltà che si continua a declinare al singolare anche nei passaggi dinastici è l'obbedienza ad un solo re, unico titolare della sovranità. Ma dopo il 1707, quando inizia la dominazione austriaca nel Regno di Napoli, le strategie familiari in Abruzzo delle grandi casate nobiliari mostrano una pluralità di appartenenze. "Le alleanze di famiglie filospagnole - scrive la Mantini - continuarono a convivere, in un gioco di squadre contrapposte, con le emergenti famiglie, legate a rapporti di patronage filoborbonico o filoasburgico". Gli Acquaviva rimangono fedeli alla Monarchia spagnola, Restaino Cantelmo duca di Popoli è filoborbonico, i d'Avalos marchesi di Pescara sono sul fronte degli Asburgo d'Austria. Ma l'aristocrazia aquilana nel complesso appoggia il nuovo governo.

 La terza questione riguarda le dinamiche della transizione. Tra Seicento e primo Settecento il Regno di Napoli partecipa, in tanti profili della sua storia, ad un passaggio cruciale che prepara le trasformazioni settecentesche. In realtà, come dimostra anche il volume della Mantini, non si tratta di un passaggio lineare da vecchi a nuovi equilibri, piuttosto di una complessa coesistenza tra permanenze e sviluppi. Così è, ad esempio, per la strategia del compromesso fra Monarchia, feudalità e nobiltà nel Mezzogiorno, che continua ad essere fondata su un rapporto duttile e flessibile, sul riconoscimento reciproco di obblighi ed interessi. Così è ancora per la vita religiosa e per la spiritualità, in cui si segnalano, ad esempio, la diffusione di elementi quietistici ma anche lo sviluppo delle confraternite come attori del welfare. Nella vita culturale e nelle Accademie vanno profilandosi nuovi fermenti e il dibattito epistemologico sullo statuto dei saperi coinvolge anche alcune strutture culturali aquilane. E' il contributo che anche da un'area periferica e di confine viene offerto alla "crisi della coscienza europea" (P.Hazard). 

  Ma su tutto predomina la permanente rappresentazione dell'Aquila come "città fedelissima".

                                                        AURELIO MUSI

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