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pubblicato da Eugenio Capozzi: Venerdì 20 Novembre 2015 alle 17:57
Occidente e jihadismo: come difendersi? Cosa difendere?

1) Perché è così difficile ammettere che l'Occidente è in guerra contro il jihadismo?.

La discussione su come contrastare efficacemente l'offensiva islamista infuria in Occidente almeno dal dopo-11 settembre, riacutizzandosi periodicamente in corrispondenza con le crisi belliche i picchi di violenza più eclatanti, come quello che stiamo vivendo. Ma il grande discrimine che impedisce, allora come oggi, una corretta impostazione della discussione è a mio avviso proprio l’ostinato rifiuto, da parte di larghe fasce dell’opinione pubblica e delle classi dirigenti occidentali, di riconoscere che siamo di fronte propriamente ad una guerra, e ad una guerra di religione e di civiltà, nonostante la sua oggettiva peculiarità storica.

Riconoscere l’esistenza di una guerra - e non di attacchi isolati, folli, irrazionali, insensati, disperati, o addirittura espressione di qualche “disagio” sociale o oppressione (secondo certe letture occidentali latamente giustificazioniste molto diffuse), o di qualche manipolazione di paesi, servizi segreti, poteri occulti vari (secondo diffusissime teorie del complotto tipiche di chi non sopporta il peso della nuda e cruda realtà) significa essenzialmente riconoscere l’esistenza di un nemico, riconoscere di far parte di un’entità collettiva oggetto di attacco (una nazione, una alleanza internazionale, una civiltà), e soprattutto riconoscere che l’obiettivo fondamentale deve essere quello di sconfiggere il nemico con il dispiegamento di forza necessario.

Se si guarda la questione da questo punto di vista, risulta evidente come - di fronte all’instabilità e alla disgregazione regnanti nell’area mediorientale-nordafricana, e alla crescita in essa di un complesso politico-militare caratterizzato dalla più assoluta ostilità nei confronti delle democrazie liberali, del cristianesimo e dell’ebraismo - l’unica condotta possibile da parte degli Stati occidentali sia quella di marcare il più possibile una presenza militare su quell’area per sconfiggere sul campo il nemico integralista e assicurare in essa un certo grado di stabilità, trovando a tale scopo una convergenza più ampia possibile con la Russia e con i governi dei paesi arabi fatti oggetto dell’offensiva Isis/qaedista.

E’ chiaro che non si tratta di un obiettivo facile, perché lo scenario è complicato da molte differenze di interessi, di strategie e di percezione delle priorità tra i diversi paesi europei, tra europei e Stati Uniti, tra occidentali e Russi, tra paesi islamici sunniti e sciiti. E si complica ulteriormente intrecciandosi con gli intrichi e veleni dell’eterna, sempre più incancrenita questione arabo-israeliana. Ma da un punto di vista realistico non si vede quali alternative vi siano alla ricerca di un’alleanza militare ampia contro la minaccia più pericolosa e urgente per tutte le parti in causa, e ad una campagna militare multilaterale di dimensioni tali da annientarla o renderla inoffensiva: naturalmente accoppiata all'intensificazione dei rapporti politici e ad un robusto sostegno ai pochi regimi politici arabi decisamente schierati contro il jihadismo, come Tunisia, Marocco, Giordania o, soprattutto in questo momento, Egitto.

Se non si ottengono concreti risultati sul campo, e più in generale se non si riafferma l’”insistenza” strategica dell’Occidente sull’area islamica, piuttosto che viceversa, non c’è nessuna possibilità di eliminare o rendere inoffensive le cellule terroristiche islamiste presenti in Europa tra le comunità di immigrati e naturalizzati attraverso l’intelligence, la repressione poliziesca, il monitoraggio, l’azione educativa, una più efficace integrazione culturale e civile.

Tutti questi mezzi, senza dubbio necessari e da coordinare più efficacemente tra i diversi paesi Ue, possono avere successo soltanto se i nuclei di jihadisti operanti o “in sonno” in Europa si convincono che la loro è una battaglia persa, perché il loro punto di riferimento politico è stato sconfitto da una forza militare indiscutibilmente maggiore e imbattibile.

A tal proposito appaiono, dunque, incomprensibili le argomentazioni di quanti – opinionisti, politici, intellettuali e fasce di opinione pubblica varia – davanti alla rinnovata offensiva jihadista continuano a sostenere, secondo uno schema molto diffuso in Occidente almeno dalla guerra irachena in poi, che una risposta militare al terrorismo integralista sarebbe controproducente, e non farebbe altro che rafforzare l’Isis, come ieri Al Qaeda, aumentando nel mondo islamico gli aderenti e simpatizzanti islamisti, e alimentando l’odio anti-occidentale nelle popolazioni. Certo la strada dell’intervento militare sul terreno non può da sola risolvere il problema, la convergenza e l’azione diplomatica e di intelligence giocano un ruolo fondamentale, ma non si vede quale alternativa esista - di fronte ad un’entità dalle pretese addirittura statuali fermamente determinata alla costruzione di un Califfato teocratico su gran parte della comunità islamica e all’espansione verso l’Europa – ad una soluzione innanzitutto militare, tanto più efficace quanto più imperniata non solo su raid aerei, ma anche e principalmente sulla liberazione e bonifica del territorio oggi in mano al nemico.

 

2. L'impegno militare: non sufficiente, ma necessario. 

Quanti sostengono che gli interventi militari contro l’integralismo islamico producono frutti negativi e lo rafforzano continuano a citare, secondo un collaudato luogo comune considerato veritiero nelle aree a priori “pacifiste” delle opinioni pubbliche occidentali, l’esempio dei conflitti di Afghanistan e Iraq, che a loro avviso avrebbero avuto appunto conseguenze di questo genere. Ma quelle vicende dimostrano, a mio avviso, esattamente l’opposto.

Dopo l’11 settembre, l’amministrazione americana di George W. Bush adottò la strategia di attaccare militarmente i qaedisti nelle aree di origine dei loro nuclei armati, bonificandole e mettendo fuori gioco le entità territoriali che ne erano il baricentro politico. I due interventi militari, risoltisi in un’operazione di regime change e nella nascita di nuovi regimi politici militarmente controllati dalla coalizione diretta dagli Stati Uniti, ottennero indiscutibilmente lo scopo di eliminare la minaccia del terrorismo jihadista contro l’America, in quanto furono smantellate le centrali di comando e le reti di complicità di cui esso godeva in Asia, e vennero scoraggiate in misura decisive eventuali cellule in territorio estero. I contraccolpi negativi delle due guerre - cioè l’esplosione dei conflitti etnico-religiosi e tribali nei paesi occupati, che hanno aperto spazi a nuove infiltrazioni di gruppi jihadisti - furono dovuti essenzialmente al fatto che le coalizioni a guida americana non andarono fino in fondo nel loro obiettivo, impiegando tutte le forze necessarie per assumere stabilmente il controllo dei due paesi e stabilizzando in essi regimi costituzionali, ma al contrario impiegarono il minimo della pressione possibile, e ai primi ostacoli gradualmente abbandonarono il campo, sospinti da un’opinione pubblica non disposta a pagare i costi umani e sociali di una guerra prolungata.

La ripresa e l’espansione del jihadismo nella sua versione Isis è stata dovuta infatti principalmente non all'intervento, ma proprio al sostanziale disimpegno militare degli Stati Uniti dall’area mediorientale messo in atto dall’amministrazione di Barack Obama, alimentato dall’illusione che fosse possibile governare gli interessi americani in quelle regioni anche soltanto attraverso la strategia del leading from behind e l’impiego di armi comandate a distanza come i bombardamenti effettuati da droni. E reso ancor più controproducente da goffe iniziative militari come il rovesciamento della dittatura di Gheddafi in Libia senza nessuna strategia per gestire la successiva transizione, o il supporto alle forze di opposizione alla dittatura di Assad in Siria; che, molto mal diretta, ha incoraggiato in primo luogo proprio le forze dell’Isis.

Il rischio è ora che gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali, davanti alla minaccia crescente dei jihadisti verso l’Europa, ancora una volta rispondano con una strategia incerta e con voci discordi, e si decidano magari ad un intervento forte e unitario soltanto quando molti ulteriori, forse irreparabili, danni saranno stati già prodotti.

Su questa, che appare una ripetuta e cronica impotenza occidentale nel rispondere efficacemente all'attacco integralista in maniera adeguata al pericolo mortale che per l’Occidente esso rappresenta, esercitano un’influenza determinante proprio i sentimenti prevalenti delle opinioni occidentali, che - come ha efficacemente ricordato lo storico Niall Ferguson in un’intervista al “Corriere della sera” il 17 novembre (http://www.corriere.it/esteri/15_novembre_17/con-l-isis-occidentali-sono-spietati-solo-parole-non-hanno-idee-chiare-destino-siria-299e0a9c-8cf5-11e5-a51e-5844305cc7f9.shtml), e come da molto tempo ripete il politologo italiano Angelo Panebianco – appaiono ormai del tutto incapaci di tollerare l’idea stessa della guerra, della necessità di difendere con le armi la propria libertà e il proprio benessere, nonostante quella libertà e quel benessere in passato siano state conquistate proprio sconfiggendo sul campo i nemici delle democrazie occidentali, e mantenendoli per decenni sotto la minaccia dell’uso della forza attraverso l’”equilibrio del terrore” nucleare.

Il dato di fatto innegabile è che la maggioranza dei cittadini occidentali considerano libertà, sicurezza e benessere delle loro società dei dati acquisiti, scontati, per i quali non è più necessario (e anzi è inconcepibile) pensare di sacrificare la vita. E sono disposti a credere a qualsiasi “narrazione”, a costruire qualsiasi alibi per sostenere che l’uso della forza militare è inutile, controproducente, o addirittura frutto di manipolazione da parte di interessi occulti e “poteri forti”.

Un atteggiamento insostenibile sul piano razionale, in quanto chi rifiuta le soluzioni militari “senza se e senza ma” di solito, paradossalmente, si oppone anche a qualsiasi altra strategia di contrasto all'aggressione armata integralista dentro i confini degli Stati europei: come per esempio ad una chiusura delle frontiere agli immigrati e rifugiati provenienti dalle zone ad alto rischio di presenza jihadista, a controlli più rigorosi sul loro ingresso, ad una loro selezione in base a criteri di appartenenza nazionale e religiosa per proteggere la sicurezza dei cittadini degli Stati dove essi si dirigono. E condanna parimenti ogni ipotesi di provvedimenti legislativi che incrementino significativamente i controlli sulla vita privata dei cittadini per la prevenzione delle azioni terroristiche.

I molti sostenitori di tali tesi (a sinistra quanto a destra degli schieramenti politici, e anche tra fasce di opinione non ideologizzate) si fondano, generalmente, sull'idea irenista secondo cui l'unico modo di contrastare efficacemente la lotta armata jihadista sarebbe quella di mantenere assolutamente invariato lo stile di vita occidentale, contrapponendo a quello che essi definiscono il “nichilismo” degli islamisti i “valori” delle democrazie liberali occidentali, a loro avviso consistenti essenzialmente nella difesa degli stili di vita individuali, nella “tolleranza”, nella convivenza. E insomma nel perseguimento, ad onta di ogni sconfessione della storia, di un ideale di società multiculturale, che dovrebbe secondo loro esercitare prima o poi un'irresistibile attrazione verso le popolazioni islamiche nel loro complesso, e automaticamente isolare e disarmare gli integralisti presso le loro società, o addirittura “convertirli” alla way of life euro-occidentale. Laddove invece pare dimostrato fino ad ora essenzialmente il contrario: cioè che il contatto tra i giovani immigrati – anche di seconda e terza generazione – di religione islamica e lo stile di vita occidentale non solo non elimina, ma incrementa in parecchi di loro l'ostilità nei confronti di esso e l'attrazione verso l'ideologia e le organizzazioni jihadiste.

Insomma, il nucleo essenziale delle difficoltà che i paesi occidentali trovano nel contrastare efficacemente la guerra di religione scatenata dagli integralisti islamici sembra risiedere, prima e più che nei problemi militari e diplomatici (pure non lievi), proprio in un fattore di ordine etico e culturale interno all'Occidente stesso: il rifiuto aprioristico dell'uso della guerra, ma anche in generale del sacrificio personale e di qualsiasi restrizione alla comodità della vita per difendere la sicurezza; e contemporanemente una diffusa concezione riduttiva della civiltà occidentale come coesistenza per definizione pacifica tra culture e stili di vita. Una concezione che mostra una incomprensione di fondo delle motivazioni che alimentano il jihadismo, e ne facilita la diffusione anziché contrastarla.

 

3)  Una civiltà senza comunità e princìpi di vita condivisi non può vincere una guerra di religione. 

Sicché, la domanda di fondo che va posta davanti all'aggressione jihadista non è “Come difendere l'Occidente?” (importante, ma che può trovare risposte plausibili attraverso l'uso di una visione realista della politica), ma semmai “Che cosa l'Occidente deve difendere?”. E' su questo punto che emerge una confusione molto pericolosa, e si gioca il futuro della civiltà occidentale in una sfida per la sua stessa sopravvivenza.

Nei giorni immediatamente successivi agli attacchi di Parigi si sono levate, in Francia e altrove, molte voci a chiedere che davanti alle violente aggressioni subìte l'Occidente innanzitutto “difenda i suoi valori”. Ma specificando che tali valori consisterebbero in concetti come l'”accoglienza” o la “tolleranza”, e nella difesa intransigente degli stili di vita individuali. Che tali aspetti della vita occidentale, intesi all'interno di un complesso di relazioni comunitarie e di responsabilità civili, siano degni di essere salvaguardati è fuor di dubbio. Ma lascia fortemente perplessi il fatto che tanta parte dell'opinione pubblica francese ed europea, incluso un segmento rilevante dei ceti intellettuali e delle classi dirigenti, ritenga davvero che il patrimonio della civiltà occidentale si riduca all'indifferentismo morale e a un individualismo puramente edonista, senza nessuna prospettiva di lungo periodo o finalizzazione ad obiettivi più ampi.

Va anzi ricordato che la secolarizzazione radicale, il relativismo culturale, il venir meno dei legami familiari, il decadimento demografico e l'invecchiamento sempre crescenti, contribuiscono a definire un quadro di società che non mostrano più lo spirito di solidarietà, coesione e sacrificio indispensabili ad arginare un nemico che invece non è affatto mosso da un impulso nichilistico, ma al contrario da un investimento totale, per quanto violento e aggressivo, nella fede religiosa. Un investimento derivato proprio dal tentativo di sfuggire da un lato al fallimento percepito delle ideologie e del progressismo secolarizzato importato in passato nel Medio Oriente proprio nell'illusione di emulare l'Occidente, dall'altra dal vuoto che gli stessi giovani islamici percepiscono proprio nella way of life occidentale, che alla loro sete di senso appare come un luogo di totale degradazione morale e disperazione esistenziale.

Solo società riunite intorno ad una ricerca di senso altrettanto forte e condivisa possono avere la forza di investire energie, di sfidare pericoli, di trovare la saldezza e la forza interiore per sopportare e vincere una sfida contro un nemico motivato invece da una fede talmente intensa e cieca da spingerli al disprezzo assoluto della vita propria ed altrui.

L'Occidente è in grado di risvegliare questa ricerca comune di senso prima che sia troppo tardi, prima di essere travolta dalla “barbarica” forza dell'integralismo islamico? Al momento, se si guarda alla reazione media dell'opinione diffusa e colta rispetto al tema delle strategie necessarie a contrastare l'offensiva dell'Isis, c'è da dubitarne fortemente.

 

 

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