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pubblicato da Aurelio Musi: Domenica 28 Giugno 2015 alle 12:48
Ribelli in provincia

                                       

E’ un volume nettamente bipartito questo di Giuseppe Foscari, “La gran machina della solleuatione”. Due città e un capopopolo nella rivolta di Masaniello (1647-1648), Ipermedium libri, 2015. Una prima sezione è quella più direttamente legata alla ricerca sulle dinamiche provinciali dei moti che scoppiarono nel Regno di Napoli tra il 1647 e l’anno successivo e sul capopopolo Polito Pastina. Si tratta della rielaborazione di contributi che l’autore aveva già dedicato al tema negli anni passati e che confermano la loro utilità e il loro interesse sotto il profilo sia storico sia storiografico. La seconda sezione è più teorica, ambisce a proporre un’interpretazione originale che si distacca da passate e recenti letture dei moti. Discutibile per molti aspetti, essa non scaturisce dall’analisi delle fonti e appare nettamente staccata, distante dalla più convincente ricerca empirica dell’autore.

  La prima sezione, quella a mio parere meglio riuscita, fondata su un’accurata indagine documentaria e sulla conoscenza approfondita della storiografia passata e recente, è dedicata alla ricostruzione e interpretazione dei moti in due città regie del Regno di Napoli, Cava e Salerno. Cava riuscì a salvaguardare la propria autonomia demaniale grazie alla sua fedeltà monarchica che non venne mai messa in discussione: in sostanza, pur nella congiuntura critica della rivolta, la città riuscì a conservare il frutto positivo del compromesso tra l’obbedienza al sovrano spagnolo e la conservazione dei privilegi e delle esenzioni doganali. Cava si ribellò non contro la titolarità del potere sovrano, ma contro il suo esercizio, la sua gestione da parte di funzionari e oligarchie locali, facendo appello al diritto di resistenza all’oppressione e alla tirannide del potere.

Anche Salerno tutelò la sua demanialità e, grazie soprattutto al suo patriziato, allontanò il pericolo di un nuovo infeudamento: la radicalizzazione della rivolta, i saccheggi di Polito Pastina, le violenze subite dalla nobiltà, l’opposizione alla “Real Republica Napolitana” furono utili sia al patriziato sia alla parte più moderata della città. La fedeltà monarchica di Salerno e di Cava fece sì che nessuna delle due città subisse ritorsioni significative a seguito della rivolta.

  Meno convincente e quasi giustapposto al contesto complessivo della ricerca appare il quadro emergente dall’introduzione e dalla conclusione del libro: che si configura, perciò, come una sezione staccata e non legittimata dai risultati della ricerca. La prospettiva che suscita le simpatie dell’autore è quella della “storia a partire dal basso”, della plebe come protagonista, soggetto attivo della rivolta e “autonoma struttura sociale”. Foscari cerca di identificare le ragioni dei ribelli, ma anche le loro emozioni: un campo assai minato, per così dire, sia per le difficoltà di ricostruire le spinte non razionali, emotive di soggetti individuali e collettivi del passato, sia perché fonti e tracce in grado di fornire risposte a tali domande sono pressoché inesistenti o assai scarse. In un mio libro recente, Freud e la storia, ho tentato di ricostruire con molta approssimazione la psicologia di Masaniello soprattutto in relazione alle sue paure e alla sua fisionomia “border line” nei giorni immediatamente precedenti al suo assassinio nella sacrestia della chiesa del Carmine a Napoli. Ma in questo caso i documenti a disposizione giustificano una lettura, sia pure assai problematica e difficile, del rapporto tra razionalità, emotività, irrazionalità in una personalità singola, individuale come il capopopolo napoletano.  Assai più difficile è decifrare le spinte della massa dei ribelli plebei.

  Fuorviante sono poi l’interpretazione del 1647-48 napoletano quasi come una “rivolta proletaria” e l’attribuzione alla plebe dei caratteri di un “soggetto di egemonia”. Le stratificazioni sociali interne alla massa plebea, l’assenza di una carica di autocoscienza omogenea, la necessità comunque di fare affidamento e riferimento a personalità di capi carismatici come Genoino e Masaniello impediscono di attribuire alla plebe la funzione identificata da Foscari sulla scia di studi comparativi assai poco convincenti.

  L’interpretazione della rivolta napoletana del 1647-48 deve evitare l’oscillazione del pendolo fra il giudizio sulla massa non qualificata di ribelli come forza bruta e cieca, furori elementari di pura violenza senza capo né coda, e la sua esaltazione, anacronistica e non fondata su prove documentarie, come soggetto rivoluzionario “proletario”. Più equilibrato appare il giudizio finale di Foscari che assegna ai moti napoletani il significato di “frammento di consapevolezza” e risposta elementare all’autoritarismo.

  Resta, in ogni caso, il pregio di un libro che non solo ricostruisce in modo convincente la rivolta di Masaniello in provincia, ma con coraggio affronta nodi interpretativi aperti sull’evento centrale della storia napoletana del Seicento.

                                         AURELIO MUSI

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