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pubblicato da Aurelio Musi: Lunedì 11 Maggio 2015 alle 18:49
Nobilitas

Le nobiltà nell’Europa moderna sono uno dei temi più frequentati dalla storiografia degli ultimi decenni. E i motivi sono molteplici. In primo luogo le nobiltà, nelle loro diverse declinazioni e fisionomie (aristocrazia feudale, aristocrazia di sangue e di toga, di più antico lignaggio e di più recente formazione, patriziati urbani, ecc.), hanno rappresentato uno dei soggetti protagonisti della scena storica della prima età moderna per lo meno fino alla crisi dell’antico regime e alla rivoluzione francese. In secondo luogo l’importanza delle nobiltà non risiede esclusivamente nella loro funzione economica e sociale, nello status cetuale, ma anche nell’ethos da esse espresso: nell’insieme di valori, miti, ideali che hanno creato un vero e proprio modello e a cui hanno guardato come meta da seguire anche altri ceti delle società d’antico regime. In terzo luogo lo studio delle aristocrazie consente di capire meglio e più in profondità il processo di trasformazione che investe sia il sociale che il politico tra il XVI e il XVIII secolo. Se lo Stato e le pubbliche amministrazioni furono fortemente influenzati nei loro funzionamenti e nelle loro dinamiche dal rapporto con le nobiltà, queste, per altro verso, grazie anche al progetto di tendenziale concentrazione del potere e della sovranità, cambiarono i loro connotati tradizionali di origine medievale e da potenziali concorrenti del potere monarchico si trasformarono assai spesso in suoi fedeli alleati: l’integrazione dinastica, che fu fenomeno diffuso non solo nel sistema imperiale spagnolo, ma anche in altri Stati europei, operò potentemente in tale direzione.

  Si tratta dunque, come ben s’intende, di un oggetto di ricerca interdisciplinare: e come tale va affrontato dalla storiografia. Un’occasione per ripensare alcune delle questioni suindicate è offerta dai saggi contenuti nel volume Nobilitas. Estudios sobre la nobleza y lo nobiliario en la Europa Moderna, a cura di Juan Hernandez Franco, José Guillén Berrendero e Santiago Martinez Hernandez (Madrid 2014). I curatori nell’introduzione mettono in evidenza un elemento della massima importanza: l’orizzonte cosmopolita della nobiltà che, grazie soprattutto ai circoli umanistici, permise di fondare un luogo comune dei suoi valori e, partendo dalla dimensione locale, produsse un vero e proprio paradigma europeo della nozione e della pratica della nobiltà.

   Come si colloca l’Italia in quella “internazionale della nobiltà europea” di cui ha parlato Otto Brunner? Quali sono stati i valori comuni e le peculiarità delle culture e delle pratiche nobiliari nell’Italia moderna? Sono le domande a cui cerca di rispondere Roberto Bizzocchi nel suo contributo. Per l’autore la peculiarità è identificabile nel carattere cittadino delle nobiltà italiane che, pur con alcune differenze, ha caratterizzato sia il Nord che il Sud del paese. I valori comuni sono rappresentati dal contributo italiano all’affermazione di un’etica nobiliare cavalleresco-signorile. Le trasformazioni settecentesche sono poi leggibili nel più ampio contesto di riferimento europeo: i sovrani avocano a se stessi il diritto di definire chi è nobile e chi non lo è.

  Se dall’ambito italiano si passa a considerare quello spagnolo, si ha la possibilità, attraverso i numerosi saggi contenuti nel volume, di conoscere le linee portanti della più recente ricerca iberica in tema di nobiltà: la formazione e lo sviluppo delle case nobiliari, il rapporto tra memoria cittadina e memoria aristocratica, la struttura del “senorio”, la violenza nobiliare, la relazione tra Ordini militari e Monarchia spagnola, il “patronazgo nobiliario” nell’amministrazione borbonica. Si tratta di temi che anche nella storiografia italiana hanno incontrato notevole interesse. Stupisce, pertanto, che i contributi italiani siano pressoché ignorati nei saggi spagnoli e che non siano neppur citate le numerose ricerche sulla feudalità laica e sulla feudalità ecclesiastica nel Mezzogiorno d’Italia, sul passaggio dalla memoria cittadina alla memoria nobiliare esaltata nelle tante storie locali per tutta l’età moderna, sulle trasformazioni settecentesche e sulla formazione di una “nobiltà di servizio” in tutti gli Stati italiani.

  Insomma, se da una parte va apprezzato il contributo che questo volume offre per conoscere alcune direzioni di ricerca della modernistica spagnola, d’altra parte va sottolineato il carattere di occasione mancata, per così dire, del libro: nel senso che è assente quel dialogo storiografico tra Spagna e Italia, largamente diffuso in altri ambiti di ricerca. Né risponde a tale esigenza il saggio di Bizzocchi, pregevolissimo in se stesso considerato, ma non utilizzato dagli altri autori per un confronto.

  Dunque il “cosmopolitismo” europeo annunciato nell’introduzione resta più una petizione di principio che una concreta ipotesi di ricerca, convalidata dalla pratica del confronto storiografico.

                                   AURELIO MUSI

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