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pubblicato da Aurelio Musi: Lunedì 23 Marzo 2015 alle 17:31
Tra Mediterraneo e Atlantico

                              AURELIO MUSI

                    Tra Mediterraneo e Atlantico

I neofiti della “world history” accusano di localismo gli storici “nazionali” che si occupano di processi e vicende dell’età moderna. Essi bene farebbero a leggere il ponderoso volume Entre Mediterraneo y Atlantico. Circulaciones, conexiones y miradas, 1756-1867, a cura di Antonino De Francesco, Luigi Mascilli Migliorini e Raffele Nocera (Fondo de cultura economica, Mexico e Chile 2014). Non bisogna infatti aspettare la “world history” per capire le dimensioni e gli effetti globali del processo di espansione europea iniziato nel XVI secolo. Le profonde trasformazioni di questo processo tra Sette e Ottocento sono oggetto dell’opera in questione, risultato del dialogo intenso tra storici europei e storici latinoamericani e della collaborazione scientifica tra più atenei. Basta scorrere l’indice per capire la struttura e le prospettive originali proposte dal volume: l’ampia circolazione internazionale dell’illuminismo napoletano, gli echi delle rivoluzioni, il rapporto tra libertà e costituzione, la formazione e lo sviluppo di nuove nazioni tra Europa e America del Sud.

  Qui, in queste poche righe, interessa ricordare e rilanciare alcuni motivi di discussione proposti soprattutto in tre contributi: quello di Giuseppe Galasso, Introducción a 1756, quello di Luigi Mascilli Migliorini, Nuestra América, Mare Nostrum, quello di Antonino De Francesco, El espacio revolucionario transatlantico: una comparación historiografica.

  In estrema sintesi sono quattro i punti sottolineati da Galasso:

  1. La revisione della periodizzazione della storia dei sistemi imperiali spagnolo e portoghese: Spagna e Portogallo sono due potenze coloniali in espansione tra XVI e XVII secolo.

  2. La lunga durata del sistema coloniale spagnolo: essa è garantita da una struttura amministrativa relativamente efficiente e funzionante che, per riprendere l’espressione di John Elliott, costituì la vera “catena di comando” dell’impero.

  3. Imperium sine fine: il collasso degli imperi iberici si produsse nella prima metà del XIX secolo non per effetto di conquista d’altri o di interventi esterni, ma per le insurrezioni interne.

  4. Il 1756 come data periodizzante: la guerra dei Sette Anni cambia l’assetto geopolitico mondiale.

 Le connessioni e le diversità nello sviluppo di Europa e America Latina sono oggetto dell’acuta riflessione di Luigi Mascilli Migliorini. L’autore ricorda come, secondo un’opinione comune, Europa e America Latina, pur imboccando strade all’apparenza diverse, finiscano col trovarsi allo stesso punto: per l’America Latina sono gli Stati Uniti che si pongono a modello, per il Mediterraneo è l’Europa continentale, sud di due rispettivi nord, inquilini dei piani inferiori di edifici nei quali l’attico è occupato da ingombranti vicini. Mascilli Migliorini invita a ripensare in termini diversi questa storia, adottando un linguaggio plurale che non fa della modernità un precetto, “un’unità di misura tarata sull’opposizione di arretratezza-progresso, ma una condizione storica all’interno della quale per oltre cinque secoli si sono espresse forme ed esperienze molteplici”.

   Anche De Francesco prospetta una modernità policentrica, una visione globale del cambio politico tra XVIII e XIX secolo. Riprendendo un’indicazione di Pierre Serna, l’autore propone di sostituire il concetto di “rivoluzioni atlantiche”, formulato oltre mezzo secolo fa da Palmer, con quello di “repubbliche atlantiche”: al fine di comparare tra di loro le novità istituzionali, che si producono tra Sette e Ottocento, radicalmente differenti dalle altre forme politiche dell’età moderna.

   Non posso discutere i numerosi saggi contenuti nel volume. Voglio solo ribadire che lo sforzo dei coordinatori e degli autori è stato davvero formidabile: essi hanno prodotto un’esperienza – modello di collaborazione scientifica, non comune nella pratica della ricerca storica.

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