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pubblicato da Aurelio Musi: Giovedì 08 Gennaio 2015 alle 17:23
Il "pacco"-dono natalizio di Franceschini ai napoletani

In un’intervista del 27 dicembre il ministro Franceschini promette un bel regalo a Napoli e ai napoletani: nella logica di ricollocare le opere d’arte nei loro luoghi di origine, ipotizza lo spostamento della collezione farnesiana dei quadri di Lorenzo Spolverini da Capodimonte al palazzo Farnese di Piacenza. Naturalmente alcuni giornali emiliani gioiscono: finalmente è resa giustizia a una città che si è vista scippare da Napoli i capolavori ad essa appartenenti. Dalla nostra città partono invece legittime proteste. E non sono solo quelle dei gruppi neoborbonici per i quali ogni pretesto è buono per versare calde lacrime sugli affronti alla napoletanità e al regno perduto. Si mobilitano su facebook anche intellettuali che si oppongono al trasferimento. Sono molteplici le ragioni che giustificano una tale reazione.

  Quando Carlo III di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese, ascese al trono di Napoli nel 1734, chiese alla mamma di poter portare con sé parte del patrimonio di famiglia che consisteva in opere d’arte, la scalinata di marmo del palazzo, i cannoni dei forti, la biblioteca ducale, gli archivi, con l’intenzione di lasciarli al figlio Ferdinando IV al momento della successione. Con Carlo si instaurava per la prima volta dopo secoli un rapporto assai più profondo tra la corte e il paese: il re borbone era il simbolo di una ritrovata unità tra la dinastia e il Regno, che ora scopriva nella fedeltà a un re proprio, negli splendori della capitale europea, nel progetto carolino di realizzare a Napoli le idee dell’assolutismo riformatore illuminato, i fondamenti della “nazione napoletana”. L’atto di affidare al successore Ferdinando questo patrimonio andava dunque ben al di là del suo significato dinastico: era il preciso riconoscimento che quei beni dovessero appartenere alla capitale del suo Regno.

   Ma i rapporti tra i Farnese e il Mezzogiorno sono più risalenti rispetto all’evento cruciale del 1734. Basta gettare uno sguardo nelle carte farnesiane depositate presso l’omonimo fondo dell’Archivio di Stato di Napoli. Esso contiene pergamene cinquecentesche, la corrispondenza di Alessandro Farnese, segretario di Stato e nipote di papa Paolo III(1534-1549), sul Concilio di Trento, la corrispondenza degli agenti degli Stati farnesiani e medicei nel Regno di Napoli a partire dalla metà del secolo XVI, il carteggio del cardinale Alberoni, potente ministro spagnolo. Inoltre non va dimenticato che i Farnese, come tante altre famiglie della grande aristocrazia e dei patriziati italiani dell’età moderna, parteciparono attivamente alla vita sociale ed economica del Regno di Napoli come titolari di un cospicuo numero di feudi. E i documenti degli agenti feudali, i Camerlenghi, consentono di gettare luce su fenomeni di tutto rilievo della storia del Mezzogiorno come la crisi del Seicento e la rivolta di Masaniello.

  Per tutti questi motivi, dunque, il patrimonio artistico farnesiano deve rimanere a Napoli, dove è adeguatamente tutelato e valorizzato tra Capodimonte e il Museo nazionale e dove resta simbolo e rappresentazione di uno straordinario periodo storico della nostra storia.

 

                                            AURELIO MUSI

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