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pubblicato da Aurelio Musi: Giovedì 23 Ottobre 2014 alle 10:29
Il partito della nazione

                        AURELIO MUSI

                    Il partito della nazione

L’ultima invenzione del nostro presidente del Consiglio Matteo Renzi, è il “partito della nazione”. Artificio linguistico, retorico o indicazione politica da prendere in seria considerazione? Prima di rispondere a questa legittima domanda, è necessario ripercorrere a grandi linee, nello spirito di questo blog che vuole sempre gettare un ponte tra passato e presente, storia e cronaca, l’evoluzione della forma-partito in Italia. In estrema sintesi il Novecento ha visto il passaggio dal partito di quadri al partito di massa dopo la seconda guerra mondiale che si è progressivamente affermato, ha vissuto il suo apogeo tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, quindi la crisi e la fine allo scorcio del Novecento. La forma meglio sviluppata e caratterizzata è stata quella definita dal politologo Otto Kirkheimer “partito pigliatutto”. Comunemente si crede che esso sia nato e cresciuto negli Stati Uniti d’America: al contrario, esso è stato tipico delle democrazie dell’Europa mediterranea o latina, come dir si voglia. I tratti fondamentali di questa forma-partito, che sono identificabili e sono andati meglio realizzandosi nella Democrazia Cristiana, ma hanno fatto scuola e creato un modello di riferimento successivo anche in altri partiti del sistema politico italiano, sono i seguenti: interclassismo e capacità di rappresentare interessi anche di ceti e gruppi tra loro antagonisti; assenza di un’ideologia ben definita e comunque non condizionante i comportamenti politici concreti; ricerca del consenso più ampio possibile come fine primario; occupazione di tutti i centri del potere statale fino ad identificare il partito con lo Stato stesso; la formazione della leadership dalla periferia verso il centro. La crisi del sistema politico italiano nei primi anni Novanta del secolo scorso è stata, in larga misura, crisi del partito di massa “pigliatutto”. L’Italia della cosiddetta “seconda Repubblica” ha visto moltiplicarsi i modelli di partito: il partito-azienda di Berlusconi, il partito territoriale di Bossi, il “partito personale”, ecc. Oggi le diverse forme sono ormai obsolete: resiste il solo “partito personale” nelle differenti varianti. I partiti, tuttavia, sono ancora importanti per le ragioni storiche che ne hanno visto la nascita e lo sviluppo: la rappresentazione degli interessi dei cittadini, un sistema di valori condiviso, la trasmissione della domanda politica dalla periferia verso il centro, la funzione, formalizzata nella nostra costituzione, di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

  La crisi attuale della forma-partito si esprime nella carenza di partecipazione dei cittadini, nella sfiducia verso i modi di interpretare la rappresentazione politica, nell’allontanamento sempre più accentuato dei partiti dal fine del bene comune, nel venir meno di un sistema condiviso di valori in assenza di un’ideologia che cementi il senso di appartenenza.

  Renzi, segretario nazionale del Partito democratico, è ben cosciente di tutto questo. Egli non ha avuto bisogno di “rottamare” il vecchio PCI-PDS-PD che, praticamente, si è “rottamato” da solo. Propone il nuovo “partito della nazione”: un escamotage linguistico ad uso della comunicazione – il nostro presidente del Consiglio non è certo alieno da questa tendenza – o che altro? Certo anche la Democrazia Cristiana della “prima Repubblica” è stata, a suo modo, un “partito della nazione” sia per la sua estensione sull’intero territorio, sia perché ha interpretato interessi nazionali, sia perché, come partito “pigliatutto”, è stata capace di rappresentare interessi, anche divergenti, diffusi. Oltre il partito di quadri, oltre il partito di massa, oltre le altre forme che hanno avuto successo dopo la crisi del sistema politico italiano, Renzi propone un “partito maggioritario di elettori”. Certo conosce bene la situazione interna al Ds di un partito che ha subito una secca perdita di iscritti: a lui questo sembra non interessare. Ma un partito può vivere solo di elettori senza iscritti? E, soprattutto, fino a quale punto può verificarsi una crescita elettorale nel vuoto strutturale di un partito? Insomma forse non si può gettar via l’acqua sporca con il bambino. Il partito deve vivere almeno fino a quando qualcuno non inventerà un’altra forma capace di rispondere alle funzioni storiche del partito.

 Certo se “partito della nazione” equivale a recuperare l’orgoglio dell’appartenenza italiana, i valori della nazione nell’epoca della globalizzazione, il fine del bene pubblico, ben venga l’idea di Renzi. Si tratta però di strutturarla a partire da alcune indicazioni contenute nel documento elaborato da Fabrizio Barca qualche tempo fa, ampiamente discusso appena fu redatto, ma oggi forse caduto troppo presto nel dimenticatoio. Quelle proposte avevano il vizio della fiducia illimitata, quasi illuministica, per le capacità di ripresa di un partito come i Ds. Ed erano alquanto astratte: il “partito palestra”, la “mobilitazione cognitiva”, il “volontariato”, ecc. Ma costituiscono ancora un utile punto di partenza per riflettere in concreto e dotare di gambe solide il “partito della nazione”, che altrimenti resta esclusivamente legato alle magnifiche sorti e progressive del partito personale di Renzi. Peraltro questo partito sta dimostrando di avere basi abbastanza fragili in periferia, ancora, in prevalenza, affidata ai micronotabili: il rapporto centro-periferia è sicuramente uno dei problemi più importanti che dovrà affrontare il partito renziano.

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