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Intellettuali e riviste culturali nella Napoli del dopoguerra: la costruzione di una memoria storica
di Virginie Vallet
«La vera destinazione di una rivista è rendere noto lo spirito della sua epoca. […] Infatti: una rivista, la cui attualità non abbia pretese storiche, non ha ragione di esistere1». Con queste parole del 1922, Walter Benjamin mette già in luce il nesso essenziale che vincola la scrittura alla storia, ovvero le riviste ed i suoi autori alla storia. Specularmente a tale impostazione in apparenza teorica, gli intellettuali napoletani del secondo dopoguerra dimostreranno che questo principio farà da pernio alla loro ispirazione e a ogni loro ragionamento. Prima di interessarci agli intellettuali che hanno scritto questi periodici culturali, sembra opportuno ricordare l’accezione del termine “intellettuale”2, attraverso la definizione proposta da Frédéric Attal3:


On a retenu l’acception qu’en donnent les historiens français du politique: l’intellectuel est «un homme du culturel, créateur ou médiateur, mis en situation d’homme du politique, producteur ou consommateur d’idéologie»4. Il est celui qui «se mêle de ce qui ne le regarde pas, descend dans la rue, parle de toute chose concernant le ou la politique»5. Les historiens italiens parviennent à la même définition6. […] Tous ces éléments indiquent que la séparation entre l’homme de pensée, dont l’activité première est une activité intellectuelle, et l’homme politique est loin d’être aisée dans le cas italien. On peut déjà affirmer que les intellectuels étudiés ne sont pas de simples observateurs critiques de leur époque et du monde politique.


Si tratta appunto dei rapporti che gli intellettuali napoletani hanno intessuto con la storia e la politica, e più esattamente della loro presa di coscienza di un destino storico e di una nuova identità, persa col peso del fascismo e della guerra. A questo punto, ci possiamo chiedere se, grazie al loro impegno civile, morale e politico, cristallizzato nelle riviste culturali che fondano nel periodo del secondo dopoguerra, riusciranno a costruire o ricostruire una memoria storica.
Al fine di poter capire meglio lo scenario culturale e politico dell’immediato dopoguerra, occorre ricordarne gli avvenimenti importanti dal punto di vista socio-storico. Dopo il momento di gloria storica successivo alle tragiche Quattro Giornate di Napoli7, dal 27 al 30 settembre 1943, con l’insurrezione popolare contro i nazisti e i fascisti, sbarcarono le truppe anglo-americane per liberare la città nei giorni successivi, come ci viene ad esempio raccontato, quasi vent’anni dopo, da Don Gaetano, a un giovane orfano chiamato “Smilzo”, nel romanzo Il giorno prima della felicità, di Erri De Luca. Il periodo dell’occupazione americana, chiamato Interregno, durerà poi fino al 1946. Queste intense pagine di letteratura narrativa, in cui s’intrecciano dati storici reali e romanzati, personaggi esistiti e di fantasia, grazie all’uso ricorrente dell’analessi, ha il merito di evidenziare tutto il valore dei ricordi vissuti e narrati in prima persona da Don Gaetano, divenuti memoria storica, individuale ma anche collettiva:


Per contrasto ripensava all’estate violenta del ’43. […] “È questione di gioco, se ricordi le carte sparigliate fai lo stesso coi pensieri. […] Fuori c’era il settembre del ’43 […]. Fuori i giovani prendevano le armi dalle caserme e le nascondevano. […] Intanto i tedeschi svaligiavano le chiese, facevano saltare il ponte di San Rocco a Capodimonte […]. Volevano lasciare la città distrutta. La rivolta è stata una salvezza. […] I tedeschi e i fascisti erano più incanagliti perché la guerra si metteva male. Lo sbarco di Salerno era riuscito. Facevano saltare le fabbriche, saccheggiavano i magazzini per lasciare vuoto. La città negli ultimi giorni di settembre faceva paura per la fame e il sonno in faccia alle persone. […] Sono fatti successi, gualio’, proprio in una di queste belle giornate di settembre.” […] “Come venne a piovere cominciò la rivolta. Pare che la città aspettava un segno convenuto, che si chiudeva il cielo. E gli americani smisero di bombardare. […] Hai capito che guerra era, guaglio’? Morivano più i disarmati che i soldati. […] Le persone quando diventano popolo fanno impressione. Così arriva una mattina, una domenica di fine settembre, finalmente piove e sento in bocca a tutti la stessa parola, sputata dallo stesso pensiero: mo’ basta. Era un vento, non veniva dal mare ma da dentro la città: mo’ basta, mo’ basta, un tamburo chiamava e uscivano i guaglioni con le armi. […] Poi uscivano gli uomini nascosti sotto la città. Salivano da sottoterra come una resurrezione. […] Quattro giornate e tre nottate, era come adesso, fine di settembre.” […] Intanto continuava coi giorni della libertà. “I fascisti erano scomparsi. Non si trovava una camicia nera per la strada, erano diventate grigie per la tintura. Era il colore ‘nuncepenzammocchiù’. Da noi si scorda il male appena arriva un poco di bene. È pure giusto. Un bell’applauso agli americani e andiamo avanti. Ma l’applauso ce lo meritavamo noi da loro, per avere sgombrato il campo. Con loro cominciai a scavare le bombe.”8


Tuttavia, come se non bastassero i bombardamenti, le perdite umane, le distruzioni materiali e la fame, la popolazione campana dovette subire, mentre infuriava ancora la guerra in Italia, altre due disgrazie: la peste nel 1943 e l’eruzione del Vesuvio dal 18 al 29 marzo 19449. L’Italia viene liberata dal nazifascismo il 25 aprile 1945, segnando l’inizio della Guerra Fredda. Il 1946 è l’anno del referendum istituzionale, al quale prendono parte le donne per la prima volta, e viene seguito dalle prime elezioni politiche. Il popolo italiano si esprime a favore della Repubblica, mentre la Monarchia ottiene il migliore risultato nel Meridione, e in particolare a Napoli con il 79 per cento dei voti. Si passa dalla Monarchia alla Repubblica, e nello stesso tempo si passa dal fascismo alla democrazia10. A questo punto, il Re Umberto II viene costretto all’esilio.
Il lutto, le rovine, la povertà e la crisi economica lasciano il posto alla ricostruzione del paese intero, che comincia nel ’50 con gli anni di Lauro11 a Napoli, periodo che rima con scandalo e speculazione edilizia. Gli intellettuali rimangono impotenti di fronte al fenomeno Lauro12, il cui successo si spiega con l’adesione popolare generale e interclassista, basata su un discorso populista e propenso a sedurre i napoletani, nonché tutto il Meridione13, con frasi come «Vogliamo fare di Napoli la perla del Mediterraneo, il più bel giardino d’Europa sul mare14».
Il sentimento di vuoto assoluto e d’impotenza che caratterizza Napoli e l’Italia nell’immediato dopoguerra, sembra risultare dal processo secondo il quale il regime autoritario fascista fece uscire Napoli e l’Italia dalla storia.
Il 1945, simile a un anno zero15 in Italia16, viene segnato da una crisi degli intellettuali notevole anche in Europa. Si traduce attraverso le loro produzioni culturali, con l’apparire di una vera e propria interrogazione ontologica sullo statuto dell’Italia e sulla sua vocazione ad esistere dal punto di vista storico. La Napoli del XVIII° Secolo, definita «angoletto morto della storia17» da Antonio Gramsci, in Quaderni dal carcere, ritrova tutto il suo senso con Silvio Perrella, quando paragona a due riprese la città a un «binario morto della storia18», prima nell’introduzione a Mistero napoletano, Vita e passione di un comunista negli anni della guerra fredda, di Ermanno Rea, poi in un articolo del 2001, intitolato Gli anni Cinquanta a Napoli: andirivieni letterari, in cui dichiara, analizzando il primo romanzo di Domenico Rea, Una vampata di rossore, ispirandosi allo stesso tempo ad una poesia di Luigi Compagnone19:

Al di là della vicenda in sé e per sé, questo libro di Rea può essere considerato il maggiore sforzo di guardare con occhio spietato e artisticamente fertile la realtà napoletana e campana. […] E anche la città sempre più perderà i contatti con il resto del mondo e cadrà in un’autoreferenzialità localistica. Da un certo momento in poi, Napoli assomiglierà a un binario morto della storia, a una stazione caduta in disuso: “A quest’ora – verseggerà Luigi Compagnone in La giovinezza reale e l’irreale maturità – non arrivano / né partono treni. Binari morti dovunque. / Io l’unico treno che cammina: / ma passeggeri non porto, è un giro a vuoto / il mio viaggio…”20

Il ritardo storico di cui è vittima Napoli fa in realtà da exemplum di quanto accaduto in Italia, ovvero risulta da uno scacco pesante, durato quasi 25 anni a livello nazionale. Sembra infatti non essere altro che un ripetersi degli eventi del 1799, con l’insurrezione del popolo contro i francesi e la rivoluzione mancata di Napoli, i cui ideali di ragione ispirati all’Illuminismo, si concludono nel sangue e con il martirio dei condannati a morte. Tale evento storico è diventato col tempo un topos nella coscienza collettiva, espressosi essenzialmente attraverso la filosofia e la letteratura narrativa21.
Lo scenario culturale della Napoli del dopoguerra sembra coincidere con il contesto socio-storico e politico della città, data la significativa stagione delle riviste culturali, dal 1944, con l’unico numero della pionieristica Latitudine22, fino al 1961, con Le Ragioni narrative23, simbolo del passaggio decisivo dagli anni Cinquanta agli anni Sessanta. Infatti, il rapporto che si delinea tra storia, scrittura, arte e tempo, si risolve nel senso della storia e nello sviluppo di una forte coscienza storico-politica, e rientra nel nuovo modo di pensare e scrivere degli autori di tali riviste, ormai inscindibile dalla politica. Appare del tutto chiaro che, molti di loro vengono condizionati dal fascismo, le cui riviste contribuiscono ad elaborare una storia fantasticata e a creare un finto senso comune. I giovani intellettuali napoletani si ritrovano, dalla fine degli anni Trenta, all’interno del Guf24 di Napoli, per collaborare tra l’altro alle riviste IX Maggio25, Belvedere26 e Il popolo fascista27. Il fenomeno delle riviste fasciste affiora in Italia dal 1926 e conosce tre fasi, fino al «periodo bellico28». Si pensa a Roma con la pubblicazione, ad esempio, di Primato, rivista di Lettere e arti promossa dal ministro fascista Giuseppe Bottai, Roma fascista, rivista dei Guf della capitale, La Ruota29, mensile di politica, letteratura e arte diretto da Meschini, con il suo equivalente a Napoli chiamato Ruota di Napoli, e per finire, Cinema30, rivista di critica cinematografica creata nel 1936 da Ulrico Hoepli e diretta da Vittorio Mussolini, il figlio di Benito Mussolini. Paradossalmente, nascerà all’interno dei Guf, tra questi giovani intellettuali e giornalisti militanti, un sentimento antifascista31, evolutosi in un «fascismo di sinistra32», maturato e risolto poi, dagli anni ’50, in un comunismo segnato dallo stalinismo e dal pensiero marxista, anche se non tutti aderivano al Pci. Tale susseguirsi di fasi ideologiche e di modelli culturali diversi, contribuisce indubbiamente alla loro formazione intellettuale, influenzando di conseguenza le loro produzioni culturali, dalle riviste alle opere di letteratura narrativa, come specificato da Apollonia Striano, nel suo libro Le riviste letterarie a Napoli 1944-1959:

Questa confusionaria astrattezza ideologica caratterizzò buona parte della generazione dei Guf, che, nella rimozione di padri e maestri, aveva coltivato il valore della propria indipendenza, contemporaneamente alimentando, al suo interno, uno straordinario e solidale scambio di dati, di letture, di idee; una proficua condivisione di esperienze, insomma, che si risolse spesso nella massiccia e compatta partecipazione ai laboratori delle riviste. I periodici Guf, pur essendo a tutti gli effetti parte integrante del regime, esercitarono un inequivocabile spirito polemico e antiborghese […]. Questa percepibile tensione critica, in cui si è fatto confluire il cosiddetto «fascismo di sinistra33», è stata spesso interpretata come manifestazione di dissidenza e di distacco, e come polemica affermazione di un’esigenza progressista, sconfinante in una inclinazione comunista.
La composizione degli opposti, realizzata nella formula del «fascismo di sinistra», ha portato a omettere o a negare la militanza di molti intellettuali, secondo una perpetrata forzatura, che separa il successivo antifascismo dalla precedente fede fascista. Questa interpretazione, osserva Mario Sechi34, pone il nesso fascismo-postfascismo in una sede non più storico-politica, ma culturale […]35.

La caduta del fascismo, dopo un Ventennio di non-storia36, che aveva soggiogato l’Italia con la repressione, la censura e l’uniformità culturale, viene seguito da un rifiuto di ogni forma di fatalismo o determinismo di fronte alla realtà sociale. Un nuovo senso di libertà si diffonde nel paese e cominciano così a risorgere le organizzazioni politiche e sindacali, i giornali, le riviste e le organizzazioni culturali, con ad esempio la fondazione a Napoli, da Benedetto Croce, nel 1946, dell’Istituto per gli Studi Storici. La maggior parte dei periodici letterari rinnovano la funzione sociale dell’impegno letterario, con i dibattiti culturali, sociali, storicistici e politici che suscitano. A Napoli si tratta di agire socialmente, moralmente e politicamente, combattendo le cause umane all’origine del disagio sociale meridionale, impegnandosi nella scrittura di altre riviste culturali, a vocazione umanistica, dalle funzioni morali, politiche, nel rispetto di una certa etica e dalla portata universale. A questo punto, la questione napoletana si può ricollocare nell’ambito della questione meridionale e di quella italiana. Le riviste del periodo postbellico37 appaiono giustamente in Italia per smontare la storia fittizia, generata da un forzato idealismo fascista, al fin di innescare nuovamente l’azione storica e riappropriarsi della storia. Il gioco politico si fa appunto da una rivista all’altra e alcune riviste vengono ideate contro riviste precedenti, in cui si ritrovano spesso gli stessi autori, che molteplicano i tentativi, finché non abbiano raggiunto il successo atteso38. Tuttavia, Benedetto Croce, già nel 1945, in una postilla intitolata «Dell’arte delle riviste e delle riviste letterarie odierne», apparsa sulla propria rivista Quaderni della “critica”, mette in guardia gli ideatori di riviste sui rischi di confusione dovuta alla contaminazione politica, consigliando una sorta di formula specialistica e settoriale, estranea per quanto possibile alle correnti politiche ed economiche39:

Mi sembra non inutile fare alcune considerazioni che mi sono suggerite dalle riviste e giornali letterarii, dei quali oggi in Italia è una rifioritura; […] Un’altra unione, che si nota frequente, è tra articoli di critica letteraria, di storia, di problemi filosofici, ed articoli propriamente politici, […], da ciò nasca nelle menti confusione, in cambio dalla chiarezza da procurare. […] Le riviste e i giornali letterarii debbono, dunque, tenersi estranei ai pratici contrasti politici ed economici, e la loro sola ulteriore partizione sarà tra quelli specialistici […], e quelli di cultura e d’interesse generale, […]. Il che si è visto, in effetto, in tutte le più riformate riviste che si sono avute all’estero e in Italia, nelle quali anche quando i loro direttori coltivavano, com’è naturale, personali predilezioni politiche, le facevano tacere o le lasciavano trasparire solo con discrezione e delicatezza, […].


Le riviste più rappresentative della cultura a Napoli nel secondo dopoguerra, come espressione d’intellettuali engagésLatitudine40, L’Acropoli41, Sud42, La Voce43, Città44, Terrazza45, Il Sagittario46, Delta47, Realtà48, Nord e Sud49, Cronache meridionali50, Le Ragioni narrative51– nascono dunque come tentativo disperato di riaggrapparsi alla storia, riprendendosi in mano il proprio destino storico, quello di Napoli e dei napoletani, esteso al Meridione e a tutta Italia, all’Europa e al Mondo.
Latitudine, contributi alla cultura, rivista letteraria a pubblicazione mensile, viene fondata e diretta da Massimo Caprara, e pubblicata a Napoli dalla Casa Editrice Rossi. L’amicizia dei ragazzi di Via Chiaia continua e si ritrovano all’interno della sede del Guf di Napoli. Il primo e unico numero, del gennaio del 1944, di difficile reperibilità, ci fa capire che esiste una filiazione con la rivista IX Maggio52, dato che molti autori di IX Maggio, come Massimo Caprara, si ritrovano poi nel 1943, a Palazzo Donn’Anna in casa di Raffaele La Capria, a casa di Maurizio Barendson, o a Villa Lucia da Paolo Ricci, per precisare e strutturare il progetto di Latitudine53. Sempre nel 1944, Massimo Caprara diventa caporedattore della rivista Rinascita, mensile politico-culturale del Pci, diretto da Palmiro Togliatti. Uomo politico, è stato scelto come segretario personale di Palmiro Togliatti dal 1944, per quasi vent’anni. Si occupa dell’argomento culturale, con l’intento strategico di conquistare il mondo intellettuale. È anche stato eletto deputato, presidente del gruppo comunista e sindaco di Portici. Alla redazione degli articoli di Latitudine, contribuiscono giovani intellettuali napoletani54 come Massimo Caprara, Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni-Griffi, Luigi Compagnone55, Gianni Scognamiglio, Giorgio Napolitano, Maurizio Barendson, Tommaso Giglio, ed alcuni intellettuali stranieri, come lo scrittore tedesco Max Raphaël o i poeti della Liberazione francese Paul Eluard e Pierre Emmanuel. Latitudine nasce con l’idea di recuperare il tempo perduto, promuovendo una cultura aperta a nuovi orizzonti, nuovi valori, ispirati all’Umanesimo e dalla portata universale. Oggi, di questo gruppo d’intellettuali napoletani, redattori di Latitudine, Raffaele La Capria e Giorgio Napolitano rimangono gli ultimi testimoni. Raffaele La Capria spiega il fatto che di Latitudine ci fu un solo numero nel 1944, per via delle serie difficoltà economiche56, incontrate sia dalla parte degli autori della rivista per pagare l’editore, sia dal canto dei lettori per comprare le riviste. Lo stesso problema si manifesta per riviste successive, come Sud e Città, fondate da Pasquale Prunas, che vedranno rispettivamente il giorno nel 1945 e nel 1949. Latitudine si conclude con una delusione per i suoi autori, anche per via della reazione del Pci napoletano, che non accoglie bene la rivista57.
L’Acropoli, «rivista di politica», diretta da Adolfo Omodeo, conta due volumi e fu edita tra il 1945 e il 1946 da Gaetano Macchiaroli, una grande figura nel mondo dell’editoria napoletana. Nell’antologia della rivista, intitolata L’Acropoli 1945-1946, Antologia di una rivista della “terza forza”, a cura di Cosimo Ceccuti, particolarmente significative appaiono le sue osservazioni sulle aspirazioni profonde e gli intenti della rivista nell’Introduzione, da pagina 5 a pagina 20:

Comunicare, far conoscere le proprie idee, riabilitare al dialogo e al confronto un pubblico apatico, stordito da anni di appiattimento, di conformismo. Fu questo lo scopo ispiratore dell’azione di un gruppo di amici, di militanti antifascisti, che avrebbero dato vita – nella Napoli appena liberata – alla rivista L’Acropoli, diretta da Adolfo Omodeo e edita da Gaetano Macchiaroli. […] Quello stesso ultimo numero recava ancora un contributo di Omodeo sul concetto mazziniano del popolo, con l’esaltazione del cittadino che riprende il possesso della cosa pubblica. Educare i cittadini a riprendere possesso della cosa pubblica […].


In tal senso si può leggere la prima frase del Preludio a L’Acropoli, nel primo numero del gennaio 1945: «Dopo il ventennio è cosa ardua risvegliare nel paese la coscienza e la vita politica: pare che il fascismo ne abbia corroso la sostanza».
Sud «Giornale di cultura»,è un Quindicinale di letteratura ed arte, fondato da Pasquale Prunas nel 1945 e pubblicato a Napoli, dall’Editore Semestene, dal 15 novembre 1945 al luglio-settembre 1947. Si contano otto numeri, tra cui uno doppio. La svolta tanto attesa dai redattori di IX Maggio, Belvedere e dell’ambizioso progetto di Latitudine, con l’orizzonte tracciato per Sud, sembra essere arrivata. Entrano a far parte della redazione Francesco Rosi, Raffaele La Capria, Patroni Griffi, Barendson, ma anche Anna Maria Ortese, Carla de Riso, Luigi Compagnone, Giuseppe Patroni Griffi, Mario Stefanile…La fine della rivista inizia quando Pasquale Prunas rifiuta il finanziamento del Pci, proposto da Mario Alicata58, allora direttore del quotidiano napoletano La Voce, dal 1945 al 1948, al fine di rimanere indipendenti ed evitare l’impostazione politica o ideologica. L’Avviso, di Pasquale Prunas, in prima pagina del primo numero, parso il 15 novembre 1945, fornisce al lettore importanti dettagli sul contesto socio-storico dell’immediato dopoguerra, concludendo con un post scriptum in corsivo, che aggiunge a pagina 2, ricco di precisioni sulle funzioni e le esigenze della rivista, nonostante il titolo Sud, al fin di allargare l’orizzonte della rivista non solo al Meridione, ma anche a tutta Italia, all’Europa e al mondo:

Questo giornale nasce da un nostro bisogno spirituale […] ha l’ambizione di essere una voce, un segno nel tempo e del tempo, […] Facciamo un giornale letterario perché fare della letteratura significa «assolvere un dovere sociale e politico […] –Una cosa vorrei aggiungere per gli uomini che ci leggeranno, meridionali e non meridionali. Vorrei evitare l’equivoco di una testata così precisamente localizzata come «SUD». Sud non ha il significato di una geografia politica, né tantomeno spirituale; il Sud, ha per noi il significato di Italia, Europa,Mondo. Sentendoci meridionali ci sentiamo europei. […].

Città «Settimanale guida del cittadino», fondato da Pasquale Prunas (vicedirettore) nel 1949 e diretto da Guglielmo De Rosa, viene pubblicato a Napoli dalla Tipografia Dino Amodio, dal 22 marzo 1949 al 19 aprile 1949. Si contano cinque numeri, di difficile reperibilità. Come indicato dal titolo, la rivista contiene notizie e argomenti sulla storia della città, strutturati in una sezione di cronaca detta di «Notizie della settimana» e in altre rubriche intitolate «Sette giorni»o «Storia della città», a cura di Carlo Cattaneo. La rubrica dedicata alla vita culturale a Napoli si chiama «Panorama», nelle sezioni «Lettere» e «Teatro», ed è a cura di Luigi Compagnone. Pasquale Prunas invece si occupa della sezione «Cinema» e Gianni Scognamiglio di «Musica». Va segnalato inoltre il posto importante occupato dalla letteratura, e in particolare dalla letteratura narrativa, come nella rivista Latitudine, con ad esempio nel numero tre, la recensione di Luigi Compagnone sul romanzo La provincia addormentata, di Michele Prisco, nella rubrica «Panorama», sezione «Lettere» a pagina 5, da ricollocare nello sfondo di crisi a livello morale, intellettuale, sociale ed economico, attraversate dai napoletani in quel momento. Nel quinto numero, l’editoriale, a pagine 1 e 3, dal titolo suggestivo, «Il Vesuvio non consola», di Pasquale Prunas, riporta discorsi sentiti sul treno da Napoli a Roma, da interpretare ovviamente in chiave socio-storica. Cristallizza in realtà il dibattito sui mali del Sud attraverso il poliedro simbolico della storia fittizia imposta dal fascismo, del divario Nord-Sud, della Questione meridionale e dell’Unità d’Italia59:

[…] sul treno dell’alba che parte per Roma, cioè va via da Napoli, ma il suo carico è dei meridionali che salgono e dei settentrionali che, scesi, risalgono: proprio in treno, tra gente costretta a stare per delle ore insieme, si può rilevare come ci sia un preoccupante aumento della vecchia rivalità, delle interminabili questioni nord-sud che la coercizione unitaria imposta dal fascismo aveva appena appena portate nella periferia delle città, rinchiusi in paesi privi di ferrovie.


L’anno 1949 vede nascere tre riviste a Napoli, Terrazza, Il Sagittario e Delta. Terrazza, diretta da Ugo Indrio, pubblicata a Napoli da Luigi Morsello Editore, dal 15 aprile 1949 al dicembre 1949. Si contano 9 numeri, di difficile reperebilità. Nella redazione si ritrovano autori di Latitudine e Sud, come Luigi Compagnone, di cui si pubblicano poesie nel numero 9 di dicembre, e Gianni Scognamiglio. La premessa (anonima) del primo numero di Terrazza, espressiva del disagio del Sud, risuona come un eco alle questioni sollevate da Pasquale Prunas, nel suo articolo «Il Vesuvio non consola», che funge da editoriale al numero 5 di Città:

La “Questione meridionale” è ormai uno dei principali argomenti della stampa, politica e dell’economia italiana […] Ma che cosa generalmente si intende per “Questione meridionale”?: nient’altro che una questione di […] miseria, di bassi, di salari, di bonifica, di industria, di commercio.


La matrice letteraria di Terrazza emerge inoltre con l’articolo di Mario Petrucciani su «L’impressionismo critico», nel numero 5-6, dell’agosto-settembre 1949. Lo spazio concesso all’arte invece, risalta nel numero 7 dell’ottobre 1949, attraverso l’editoriale del settimo numero, di Franco Girosi, intitolato «Gli artisti e lo stato, oggi».
Il Sagittario, Quaderno mensile di letteratura, musica ed arte, viene edito a Napoli, dalla Tipografia F.lli Armano, dal primo giugno 1949 al febbraio-marzo 1950, e conta 10 numeri. Si tratta certo di un periodico culturale, con una prevalenza letteraria, che pubblica parecchie recensioni su romanzi recenti, scritti da autori come Luigi Compagnone e Domenico Rea che diventano critici letterari in tal caso. Ritroviamo recensioni di romanzi, come quella di Luigi Compagnone su È stato così?, di Natalia Ginsburg, nel quadro più ampio di un’analisi del romanzo italiano, nell’articolo Tempo d’attesa per il romanzo. La rubrica “Libri” appare dal settimo numero, e contiene una recensione anonima su Speranzella, uscito nel 1949, di Carlo Bernari, come esempio di romanzo d’impegno sociale. Sempre nella rubrica “Libri”, va notata, nel doppio numero finale 9-10, la particolare recensione di Domenico Rea su La Pelle, di Curzio Malaparte, che, con tono ironico, denuncia il successo di un romanzo fatto di compassione speculativa, destinato al pubblico napoletano ma anche straniero.
Delta, «Rivista mensile di cultura», mensile poi trimestriale, viene fondata nel 1949, diretta successivamente da Guido Botta, poi Rocco Montano e Giulio Vallese, e infine Aldo Rescio. Conosce tre editori diversi, che corrispondono alle tre successive serie della rivista. Tra gli autori, ritroviamo Giorgio Napolitano e Carlo Levi. Oltre alle questioni di letteratura, di teatro, di poesia e di politica meridionale, va notato l’Editoriale di Giuseppe Antonio Borgese, La pace e le due «utopie», nel primo numero del febbraio 1949, le cui posizioni sono riportate qui dalla redazione, da ricollocare in un più ampio progetto dalla porta internazionale, se non universale, in cui gli intellettuali sono direttamente invitati ad implicarsi ed impegnarsi nell’auspicato disegno di pace:

[…] Queste pagine, […], in preparazione del progetto di Costituzione mondiale recentemente reso noto, ci giungono anche come risposta a una domanda che “Delta” porrà prima di tutto a se stessa, dal prossimo numero: intorno a ciò che può essere necessario, a ciò che gli uomini di cultura sentono debba essere fatto per dare all’umanità in ansia, una speranza almeno di pace.


Realtà è una rivista militante fondata e diretta da Renato Cannavale, a Napoli, con una prima serie dal 1951 al 1952, e una seconda serie dal 1954 al 1959. È strettamente legata al movimento del «Realismo lirico» e alla rivista fiorentina omonima, fondati dal poeta, scrittore e promotore culturale Aldo Capasso, che ha saputo coinvolgere famosi protagonisti della vita letteraria italiana ed europea, soprattutto francese, conferendo così una portata internazionale a Realtà dal 1954 e una netta dissidenza rispetto all’ermetismo. Il critico Alfredo Galletti torna sul concetto della trasparenza dell’espressione nella poesia, in reazione al gergo usato dagli emetici, nell’Editoriale60 del quinto numero di Realtà, intitolato «La pedanteria dell’originalità»:

La vasta eco suscitata dall’appello rivolto ai poeti in nome del “realismo lirico”, perché rifacessero umana la poesia precipitata nel più squallido e pedantesco bizantinismo, è certo indizio, prima che di un risorgere del buon gusto artistico, di una rinascita del buon senso.


Il messagio dell’Editoriale di Alfredo Galletti, per quanto riguarda la trasparenza espressiva nella poesia, raggiunge quello di Luigi Compagnone, nel suo articolo «Messaggio della letteratura americana61», pubblicato nel 1944 nella rivista Latitudine. Da una letteratura individualistica con autori isolati dalle folle e dalle sue vere preoccupazioni, destinata alla «nostra intelligente borghesia62», è necessario passare ad una nuova letteratura, impegnata, e dunque collettiva ed universale, in modo da ristabilire il dibattito umanista e gli impulsi sociali soffocati. Luigi Compagnone si ispira a giovani autori importanti di narrativa americana, come Dreiser, Anderson, Saroyan, Whitman o Faulkner che si rivolgono alle classi sociali medie, operaie e rurali, insomma a «tutto il genere umano63», esprimendo l’esigenza di «ristabilire una nozione dell’uomo», mediante l’evoluzione del linguaggio verso strutture più precise e trasparenti, prive di artifici. Lo stesso ragionamento vale per la poesia64. Questo “ritorno dell’uomo all’uomo”65, ossia un ritorno alle nostre origini, come nuovo concetto alla base della nostra letteratura come nella poesia, è il messaggio di Luigi Compagnone, che ritroviamo nella linea guida di Realtà.

Nord e Sud, mensile di politica e di cultura, è una nota rivista meridionalistica italiana, fondata a Napoli da Francesco Compagna, nel dicembre 1954, e durata quasi trent’anni, sotto la direzione di Francesco Compagna ed edita dalla Mondadori. La lettura delle prime righe dell’Editoriale di Ugo La Malfa, nel primo numero del dicembre 1954, permette di capirne i fondamenti, gli interessi e lo spirito dei suoi redattori:
Nord e Sud non stanno qui ad indicare i termini di un’astratta contrapposizione fra gli interessi delle regioni più sviluppate e le aspirazioni delle regioni più povere; ma piuttosto i termini elementari in cui si riassumono oggi tutti i problemi italiani, come problemi d’integrazione fra Settentrione e Mezzogiorno d’Italia, nel quadro delle più moderne esigenze d’integrazione fra Europa occidentale continentale ed Europa meridionale mediterranea. […].
Il successo intellettuale e professionale della rivista è indiscutibile, come ci viene confermato da Frédéric Attal66, in queste pagine di studio dedicate a Nord e Sud, e secondo il quale l’intellettuale assume il nuovo ruolo di esperto in scienze sociali:
Indépendamment de toute évaluation sur le succès de l’application des théories et idées méridionalistes proposées par le groupe «Nord e Sud», la réussite intellectuelle et professionnelle est éclatante. L’intellectuel traditionnel de la mouvance libérale et social-réformiste a accepté de se muer en experts en sciences économiques, managériales et sociales pour mieux conquérir des positions de pouvoir.


Giuseppe Galasso, in quanto intellettuale, storico, politico, attore e testimone dell’effervescenza culturale nella Napoli del dopoguerra, se la ricorda in questo modo:

D. (Domanda di Percy Allum) Gli intellettuali hanno avuto ancora una grande parte nella Napoli di questo dopoguerra.
R. (Risposta di Giuseppe Galasso) Certo. […] passato il dopoguerra – quella che a me continua a rimanere nel ricordo come l’ultima grande stagione di Via Toledo –, l’Istituto per gli studi storici fondato da Croce e diretto da Chabod, riviste come «Cronache meridionali» da parte comunista e «Nord e Sud» da parte liberal-democratica e repubblicana, […] un valido gruppetto di scrittori, di artisti e di critici, hanno rappresentato molto in Italia, oltre che a Napoli67.


Cronache meridionali, altra rivista mensile meridionalistica, viene diretta da Mario Alicata, Giorgio Amendola e Francesco De Martino, pubblicata a Napoli da Gaetano Macchiaroli Editore, dal 1954 al 1956. Dal 1957 al 1964, si succederanno, alla direzione della rivista, Gerardo Chiaromonte con Giorgio Napolitano, poi Luigi Incoronato con Paolo Ricci. La rivista ha per ambizione di nutrire il dibattito sulle questioni del Sud, seguendo le opinioni delle forze operaie e democratiche. Per dieci anni rappresenta un punto di riferimento, un laboratorio di ricerca per numerosi intellettuali meridionali di sensibilità social-comunista, che cercano di analizzare, interpretare e intervenire nella società meridionale. La rivista riflette e testimonia di una fase politica, delle tensioni e evoluzioni che si verificano nelle mentalità e nella società. Occorre tuttavia ridimensionare il Meridionalismo della rivista, sicuramente per via dei suoi legami troppo stretti con la politica, come viene spiegato nuovamente da Frédéric Attal68:

«CronacheMeridionali» n’est qu’en partie une revue méridionaliste au sens strict du mot. Elle s’intéresse bien évidemment à la question méridionale et propose des solutions concrètes à sa résolution. Depuis sa naissance néanmoins, non seulement elle doit se soumettre à une rédaction davantage politique qu’intellectuelle, mais encore elle souffre des ambiguïtés voire d’incohérences tactiques de la direction du parti à l’égard du Mezzogiorno, comme de la politique intérieure italienne.


Nel comitato di redazione degli otto fascicoli (di cui uno doppio) della rivista Le Ragioni narrative, diretta da Michele Prisco e che durerà dal 1960 al 1961, momento decisivo di passaggio dagli anni Cinquanta ai Sessanta, ritroviamo Luigi Incoronato, Mario Pomilio, Michele Prisco, Domenico Rea, Leone Pacini Savoj eGianfranco Vené, ma troviamo anche Vitaliano Brancati, Cesare Pavese, Carlo Cassola, Leonardo Sciascia... L’apertura ideologica, l’eterogeneità dei redattori, magari di origini e formazioni culturali diverse, e un ritorno ai valori umanistici sono messi al primo piano, al fin di non correre il rischio di rinchiudersi in una forma estrema di Meridionalismo, bensì di creare una sinergia culturale di respiro nazionale ed europeo, coniugando la narrativa all’impegno critico. Tali intenti vengono confermati nel prologo di Francesco D’Episcopo, «Le ragioni di una rivista», autore de «Le Ragioni narrative» 1960-1961 Antologia di una rivista69:

Ma appare presto evidente che una delle linee-guida della rivista consiste, soprattutto da parte del gruppo napoletano, nel combattere un ideologismo troppo rigido e schematico, […], per affermare e rinsaldare, in una stagione italiana ed europea di deciso attacco alle «ragioni» intrinseche della letteratura, i valori di un umanesimo storicamente operante […].
La diversa estrazione e formazione dei componenti il comitato redazionale de Le Ragioni narrative rischia, talvolta, di creare una disparità di vedute e di prospettive critiche, ma anche questo era stato, preliminarmente, messo nel conto di un’esperienza, che, intanto, provava a unificare forze intellettuali meridionali e settentrionali e, all’interno del nostro stesso Mezzogiorno, con sempre specifico, forte riferimento alla città di Napoli, tentava di mettere insieme scrittori, tutto sommato, indipendenti e irregolari, solitari sperimentatori di ipotesi personali; un gruppo, per intendersi meglio, che non aveva mai fatto squadra e che, anche per questo, tranne qualche rara eccezione, era stato costretto a pagare l’isolamento critico e culturale, al quale, rispetto al resto d’Italia, era stato forzatamente relegato.


Le Ragioni narrative rappresentano, in tal senso, il coraggioso tentativo di un confronto, che diverrà incontro ma anche scontro, con tutto ciò che, narrativamente, accadeva in Italia e in Europa, al fine di una riflessione,mai retorica e ripetitiva, ma sempre sostanziale e strutturata, per quanto possibile, […] sulla propria pelle, le ragioni, ma anche le non ragioni, di una narrativa, vissuta all’interno di un laboratorio quotidiano di forme e funzioni esistenziali ed espressive.
Grazie alle sue produzioni culturali, l’intellettuale riveste il ruolo di attore nella società e nel suo paese, in tal modo da partecipare all’elaborazione di una memoria storica individuale e collettiva, utile nel tempo presente e indispensabile per il futuro. La parola dell’intellettuale, obbiettiva o soggettiva che sia, riportata nei suoi articoli o nelle sue narrazioni, si può interpretare come la testimonianza, diretta o indiretta, di un periodo storico e dello spirito di un’epoca.
Dal 1945, Benedetto Croce mette in guardia gli autori di riviste dalla contaminazione politica, ma l’impegno civile, morale e intellettuale del giornalista, difficilmente potrebbe essere dissociato dall’impegno politico e dagli ideali dei vari partiti a cui appartiene, come si è potuto notare attraverso il nostro percorso critico e storico di importanti riviste della Napoli del dopoguerra. Vivere nel presente e visualizzare il futuro, non si può fare che salvaguardando il passato, al fin di poterne interpretare i fatti, riflettere e magari agire nel presente. Il ricordo del passato, in quanto evento storico accaduto, consente alla memoria storica di acquisire un valore civile. Senza memoria storica, qualsiasi popolo correrebbe il rischio di non capire o perdere la propria identità culturale e civile e di ritrovarsi nella non-storia. Ma la storia non può certo essere definita esclusivamente come scienza del passato, bensì come una delle scienze umane, l’oggetto della storia essendo proprio l’uomo, secondo lo storico francese Marc Bloch70, che fece della storia «une science des hommes dans le temps», ossia un crogiuolo di tutte le scienze umane. L’esistenza dell’essere umano e le forze del suo animo, non possono spiegarsi solo attraverso motivi puramente materialistici o meccanistici, se ammettiamo che è la nostra coscienza a rispecchiarsi negli eventi storici. In questo senso, la memoria storica è da considerarsi come un ricordo, che, una volta diventato sapere, diventa oggetto d’analisi e quindi memoria critica. Per essere produttiva, l’osservazione storica deve essere a sua volta critica, per esempio grazie alle testimonianze, dirette o indirette, che ci arrivano e restituiscono lo spirito di un’epoca, una visione del mondo, di un avvenimento, o di una persona, in un momento preciso, anche se si tratta del flashback soggettivo di un personaggio di romanzo, come quello di Don Gaetano, in Il giorno prima della felicità, di Erri De Luca. Le testimonianze partecipano dunque alla ricostruzione di una memoria collettiva che non appartiene solo a Napoli, ma anche al Meridione, a tutta l’Italia, all’Europa e all’Umanità.
I testimoni di quel che fu la Napoli dell’immediato dopoguerra, in quanto vero e proprio laboratorio di idee culturali e politiche, risultano sempre più pochi, se ci riferiamo agli ultimi intellettuali engagés, autori di riviste culturali e di opere narrative71, e le loro parole, assieme a quelle dei figli degli intellettuali già scomparsi, possono essere considerate come parte integrante della storia di ieri e di oggi, nonché della nostra memoria storica.










NOTE
1 Annuncio del progetto della rivista letteraria Angelus Novus, nel 1922, del filosofo tedesco Walter Benjamin, che non giunse mai a pubblicazione.^
2 Il termine «intellettuale» appare alla fine del XIX° secolo con Émile Zola nell’articolo J’accuse!, pubblicato nel giornale L’Aurore, il 13 gennaio 1898, nel contesto di L’affaire Dreyfus.^
3 «Les intellectuels napolitains (1943-1964). La formation d’une classe dirigeante dans l’Italie de l’après-guerre», tesi di Frédéric Attal, sotto la direzione di Pierre Milza, Institut de Sciences Politiques de Paris, 2000, Introduzione, p. 4. Frédéric Attal è l’autore di Histoire des intellectuels italiens au XXème siècle «Prophètes, philosophes et experts», Paris, Belles lettres, 2013.^
4 Les intellectuels français de l’Affaire Dreyfus à nos jours, Pascal Ory, Jean-François Sirinelli, Paris, Armand Colin, 1986, p. 10.^
5 Dictionnaire des intellectuels français, sous la direction de Jacques Julliard et Michel Winock, Paris, Seuil, 1996, p. 11.^
6 Riferirsi ad esempio a Bruno Bongiovanni, “Intellettuali” in Dizionario storico dell’Italia unita, a cura di Bruno Bongiovanni e Nicola Tranfaglia, Roma-Bari, Laterza, 1996, pp. 462-474.^
7 Si rinvia a L’onda della libertà. Le Quattro Giornate di Napoli tra storia, letteratura e cinema, a cura di Ugo Maria Olivieri, Mario Rovinello e Paolo Speranza, con un’introduzione di Guido D’Agostino, collana La memoria narrata, sezione memorie e storia, 1, Napoli, Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea «Vera Lombardi», Edizioni Scientifiche Italiane, 2015, con particolare attenzione all’accurata analisi del film Le Quattro Giornate di Napoli, di Nanni Loy, 1962 e al saggio di Ugo Maria Olivieri e Mario Rovinello, intitolato «Come un pesce in un acquario stagnante». La memoriadelle Quattro Giornate e la condizione degli intellettuali napoletani tra gli anni quaranta e sessanta del Novecento, p. 23.^
8 Tratto da Il giorno prima della felicità [2009], di Erri De Luca, Milano, Feltrinelli, 2015, da p. 27 a 39.^
9 Si rinvia al romanzo autobiografico La Pelle, di Curzio Malaparte, Roma-Milano, Aria d’Italia, 1949.^
10 Si consiglia la visione di un’intervista televisiva a Giorgio Napolitano, realizzata da Fabrizio Fazio, nella trasmissione “Che tempo che fa”, 22 maggio 2016, Rai 3. Giorgio Napolitano parla dell’emergenza di una classe dirigente a Napoli negli anni ’50, con intellettuali presi da una voglia di rinnovamento. Poi prosegue sul referendum del 1946 e sulle sue conseguenze, in quanto testimone diretto di quel momento di repressioni che ci furono a Napoli, in seguito alla rivolta del popolino napoletano, pro monarchia. Infatti, furioso del risultato, manifesta il suo scontento compiendo un violento assalto armato presso la sede della federazione del PC a Napoli.^
11 L’armatore Achille Lauro fu eletto sindaco di Napoli nel 1952, sotto l’etichetta del Partito nazionale Monarchico, per poi lasciarlo nel 1954 e fondare il Partito monarchico Popolare. Gli anni di Lauro durano dal 1952 al 1961. Si rinvia al film Le mani sulla città, di Francesco Rosi, 1963.^
12 Suggerito nelle opere Ferito a morte, di Raffaele La Capria [1961], Milano, Oscar Mondadori, 1998, e Il mare non bagna Napoli [1953], di Anna Maria Ortese,Milano, Adephi, 1994.^
13 Si rinvia all’articolo Un caso di populismo meridionale nell’Italia degli anni ’50, di Giustina Manica, pubblicato sulla rivista di storia e storiografia on line, Storia e Futuro, numero 38, giugno 2015. Consultabile su: http://storiaefuturo.eu/un-caso-di-populismo-meridionale-nellitaliadegli-anni-50/ ^
14 Dichiarazione tratta da un discorso di Lauro, in occasione della campagna elettorale per le comunali del 1952, Il Mattino, 2 febbraio 1952.^
15 Si può ritrovare tale espressione nel titolo del film Germania anno zero, di Roberto Rossellini, uscito nel 1948. È il terzo film della cosiddetta trilogia della guerra, capolavoro del neorealismo di Roberto Rossellini, dopo Roma città aperta (1945) e Paisà (1946).^
16 Sulla situazione dell’italia nel 1945, ci si può riferire, tra l’altro, alle opere seguenti: Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza [1991], Torino, Bollati Boringhieri, 2006. Guido Crainz, L’ombra della guerra. Il 1945, l’Italia, Roma, Donzelli, 2007. Emilo Gentile, La grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, capitolo XIII «Dov’è l’Italia?», Roma-Bari, Laterza, 2006. Giuseppe Prezzolini, L’Italia finisce. Ecco quel che resta [1948], Milano, BUR Biblioteca Universitaria Rizzoli, 2003.^
17 Si rinvia ad Antonio Gramsci ai suoi Quaderni dal carcere [1948], Torino, Einaudi, 1975, in cui qualifica la Napoli del XVIII° Secolo e di Giambattista Vico «angoletto morto della storia», ossia il Regno di Napoli al di fuori del baricentro dell’Europa. S’interessa tra l’altro al ruolo degli intellettuali e alla questione meridionale, ottenendo un grande impatto nel mondo della politica, della cultura e della filosofia nell’Italia del secondo dopoguerra.^
18 Espressione usata da Silvio Perrella, nell’introduzione del romanzo Mistero napoletano, Vita e passione di un comunista negli anni della guerra fredda [1995], di Ermanno Rea, Torino, Einaudi, 2002. Silvio Perrella sintetizza infatti il legame esistente tra Storia (collettiva) e storia (individuale), attraverso queste considerazioni e interrogazioni: «Quando la storia di una città si blocca, ne viene coinvolto anche il destino dei singoli individui. […] Cos’è successo a Napoli durante gli anni Cinquanta? Com’è stato possibile che una città di tali dimensioni e con la sua collocazione geografica, diventasse come una stazione dalla quale non passavano quasi più treni, trasformandosi in un binario morto dalla Storia?». Si rinvia anche all’articolo Gli anni Cinquanta a Napoli: andirivieni letterari, di Silvio Perrella, apparso in La Rivista dei libri (edizione italiana di The New York Review of Books), numero 10, ottobre 2001, in cui impiega la stessa espressione per qualificare la Napoli del dopoguerra, narrata da Domenico Rea, nel ’59, in Una vampata di rossore. Poco più avanti, interpretando il pensiero di Ermanno Rea, Silvio Perrella aggiunge: «A suo parere, gli orologi a Napoli durante gli anni Cinquanta s’erano bloccati, il tempo s’era come pietrificato».^
19 Si tratta della raccolta di poesie intitolata La giovinezza reale e l’irreale maturità, di Luigi Compagnone, Torino, Einaudi, 1981, p. 60.^
20 Ibid. Poco più avanti nella poesia, capiamo che il viaggio si svolge nell’inverno del ’38: «[…] il mio viaggio, per le stazioni di quest’inverno del ’38 […]».^
21 Si rimanda di nuovo al racconto di Don Gaetano, sulle Quattro Giornate, in Il giorno prima della felicità [2009], di Erri De Luca, Milano, Feltrinelli, 2015, p. 35: «[…] Non era la prima volta che sei persone riuscivano nell’impresa. Già nel 1799 le armate francesi, le più forti del tempo, erano state fermate all’ingresso della città da un’insurrezione di popolo, dopo che si era sciolto l’esercito borbonico. Sei persone dotate di nome, cognome, età, mestiere, fermavano la riconquista tedesca della città. […]».
Si rinvia anche all’analisi di Emma Giammattei, di quel che fu «la vicenda intellettuale della Rivoluzione del 1799», in prima pagina, nell’Avvertenza della sua accurata storiografia della cultura letteraria napoletana negli ultimi due secoli, intitolata Il romanzo di Napoli, Geografia e storia letteraria nei secoli XIX e XX, Napoli, Guida Editore, 2003. Poco più avanti, spiega infatti che «A tener conto di questa plenaria autocoscienza intellettuale, non sorprende che la rappresentazione laica del ’99, di un immaginario nutrito di filosofia e di letteratura – e realizzato nell’azione politica – sia poi divenuto subito, a sua volta, tema letterario, quadro socio-mitologico, si vorrebbe dire pronto all’uso», in Parte prima «Forme della letteratura e immaginario napoletano», capitolo I «Napoli tra paesaggio e rovine L’immaginario letterario del ’99», «2. Ricezione e mito del ’99 dall’Otto al Novecento», pagina 22. Si spiega come, la Rivoluzione del 1799, da evento e dolore storico, sia diventata col tempo un mito, un topos entrato nella memoria storica collettiva, fonte d’ispirazione e d’espressione a livello culturale, e più particolarmente letterario e filosofico, che si risolve attraverso l’impegno politico.^
22 Latitudine, contributi alla cultura, rivista letteraria a pubblicazione mensile, fondata e diretta da Massimo Caprara, Napoli, Casa Editrice Rossi, unico numero nel gennaio 1944.^
23 Le Ragioni narrative, diretta da Michele Prisco, Napoli, Pironti e figli Editori, dal 1960 al 1961, 8 volumi (tra cui uno doppio).^
24 Guf: Gruppo Universitario Fascista.^
25 IX Maggio: settimanale ufficiale del Guf di Napoli, fondato il 1° giugno 1940 e diretto da Adriano Falvo, che durò per tre anni e contò tra i suoi collaboratori Massimo Caprara, Giorgio Napolitano, Renzo Lapiccirella, Luigi Compagnone, Antonio Ghirelli, Gianni Scognamiglio, Maurizio Barendson...^
26 Belvedere: settimanale di politica e di letteratura d’ispirazione nazionale ed europea, fondato nel 1939 da Domenico Mancuso, con il sostegno della Federazione Fascista di Napoli, al quale partecipò tra l’altro il giornalista e critico letterario Mario Stefanile.^
27 Il Popolo Fascista, rivista che costituì, dal 1941 al 1943, un trampolino di lancio per vari intellettuali, ad esempio per il primissimo Domenico Rea, come recensore, curando la rubrica «Libri in vetrina», in qualità soprattutto di critico letterario e in cui pubblicò anche brevissimi racconti. Si rinvia a «L’indomabile furore» Sondaggi su Domenico Rea, di Annalisa Carbone, Napoli, Liguori Editore, 2010, e più esattamente al primo capitolo, intitolato Gli esordi su «Il Popolo Fascista».^
28 Sulla situazione dei periodici dei Guf, si rinvia a Giovinezza e modernità reazionaria. Letteratura e politica nelle riviste dei Guf, di Giuseppe Iannaccone, Napoli, Libreria Dante e Descartes, 2002, p. 17: «I periodici dei Guf uscirono, salvo isolate eccezioni, in tre periodi distinti: il primo gruppo vide la luce alla fine degli anni Venti, esattamente tra il 1926 (anno in cui “Il Campano” iniziò la sua pubblicazione) e il 1929; il secondo si concentrò tra il 1934 e il 1936; il terzo, quello più cospicuo quantitativamente, ma anche più interessante sotto l’aspetto dei contenuti, prese l’avvio durante il periodo bellico […]».^
29 Sulla situazione delle riviste del regime e dei percorsi individuali degli esponenti della cultura italiana tra fascismo e antifascismo, si rimanda all’accurata ricerca di Mirella Serri, in I Redenti Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948, Milano, Casa Editrice Corbaccio, 2005, p. 13: «I legami più stretti di Primato furono in primo luogo con la più ricca e autorevole tra le “navi scuola” di regime, la rivista dei GUF (Gruppi universitari fascisti), Roma fascista, vivaio capitolino collocato nel cuore del potere e dell’impero. E poi con altre pubblicazioni come Il ventuno domani, Tevere, Quadrivio, Le conquiste dell’impero, Nuovo Occidente, Gioventù italica, La Ruota, e con alcune istituzioni di regime, come i Littoriali».^
30 Si rinvia all’articolo «Le cinéma italien dans la transition. L’exemple de la revue Cinema (1936-1943)», di Laurent Scotto d’Ardino, pubblicato nella rivista Laboratoire italien, Lyon, ENS Editions, numero 12 «La vie intellectuelle entre fascisme et République 1940-1948», anno 2012, pp. 297-311.
Consultabile su https://laboratoireitalien.revues.org/669 ^
31 Si rinvia alla spiegazione dello storico Giuseppe Galasso sull’antifascismo napoletano in quegli anni: «Negli anni Trenta l’antifascismo napoletano si trovò affievolito dalla forte repressione […] Bisognò aspettare verso la fine degli anni Trenta, […], per ritrovare uno spontaneo maturare di sentimenti, se non di ideali, antifascisti tra giovani che stavano all’interno delle stesse organizzazioni giovanili fasciste, da Lapiccirella a Caprara, da Compagnone a Patroni Griffi, da Rosi a La Capria, a Barendson, ad altri», in Capitolo 12. «Fascismo e autunno della vecchia città», p. 223, in Intervista sulla storia di Napoli, di Giuseppe Galasso, a cura di Percy Allum, Roma-Bari, Saggi tascabili Laterza, 1978.^
32 In referenza alla formula ossimorica usata da Giuseppe Iannaccone, in Il fascismo “sintetico”. Letteratura e ideologia negli anni Trenta, Milano, Greco & Greco Editori, 1999, p. 208.^
33 Ibidem^
34 Si rinvia a Il mito della nuova cultura. Giovani, realismo e politica negli anni Trenta, di Mario Sechi, Manduria, Lacaita, 1984, p. 9.^
35 Le riviste letterarie a Napoli 1944-1959, Apollonia Striano, Napoli, Libreria Dante e Descartes, 2006, pp. 52-53.^
36 Si rimanda all’espressione impiegata da Emma Giammattei, per delineare l’importanza del quadro spazio- temporale nella narrativa napoletana e il suo effetto sulla storia, in Il romanzo di Napoli, Geografia e storia letteraria nei secoli XIX e XX, Napoli, op. cit., in Avvertenza, p. 6: «Napoli come tema e come struttura formale, dunque, il che implica innanzi tutto la determinazione della temporalità narrativa e quindi un particolare trattamento dell’evento. All’immagine di uno spazio chiuso – la città come immenso intérieur – corrisponde un tempo bloccato, una non-storia».^
37 In Italia, la battaglia culturale nell’immediato dopoguerra, va di pari passo con l’emergenza di riviste come Il Politecnico, diretta da Elio Vittorini (Milano, 1945-1947) e Paragone, fondata e diretta da Roberto Longhi (Milano-Firenze, 1950-1982), che testimoniano dei nessi esistenti tra intellettuali a Napoli, Milano e Firenze. Il saggio Le due Napoli, di Domenico Rea, viene pubblicato per la prima volta il primo giugno del 1951 su Paragone.^
38 Allo stesso modo furono create in Italia, agli inizi del Novecento, importanti riviste culturali di stampo nazionalista, come La Voce [1908] o Lacerba [1913], in cui si ritrovano gli stessi protagonisti, che passano spesso da una rivista all’altra, come Giuseppe Prezzolini, Giovanni Papini o Ardengo Soffici.^
39 Postille, «Dell’arte delle riviste e delle riviste letterarie odierne», di Benedetto Croce, nella sua rivista Quaderni della “critica”, marzo 1945, numero 1.^
40 Latitudine, contributi alla cultura, diretta da Massimo Caprara (di difficile reperibilità). Op. cit. Sulle origini, gli obiettivi e l’analisi del contenuto, si rimanda all’articolo «La rivista letteraria Latitudine e il ritorno alla storia con la presa di coscienza di un destino storico nella Napoli del dopoguerra», di Virginie Vallet, pubblicato nella rivista L’Acropoli, anno XVII, n° 5, settembre 2016, diretta dallo storico Giuseppe Galasso. Consultabile su http://www.lacropoli.it/articolo.php?nid=1148 ^
41 L’Acropoli, «rivista di politica»,diretta da Adolfo Omodeo e edita da Gaetano Macchiaroli, una grande figura nel mondo dell’editoria napoletana, volume 1 e 2, 1945-1946. Per uno studio approfondito della rivista, si rimanda a L’Acropoli 1945-1946, Antologia di una rivista della “terza forza”, a cura di Cosimo Ceccuti, Firenze, Edizioni Polistampa, Fondazione Spadolini Nuova Antologia, Biblioteca della Nuova Antologia, 2003. Infine, è stata ripresa, più di cinquant’anni dopo, l’esperienza di L’Acropoli, con lo stesso impegno culturale e civile, per merito dello storico Giuseppe Galasso, il direttore di questa rivista da oltre diciassette anni, edita dalla Rubbettino di Soveria Mannelli (Catanzaro).^
42 Sud «Giornale di cultura», Quindicinale di letteratura ed arte, fondato da Pasquale Prunas nel 1945, Napoli, Editore Semestene, dal 15 novembre 1945 al luglio-settembre 1947 (8 numeri, tra cui uno doppio). Esiste una ristampa anastatica di Sud, a cura di Giuseppe di Costanzo, per l’Editore Palomar, 1994.
L’esperienza di Sud«Giornale di cultura», Quindicinale di letteratura ed arte, verrà poi rinnovata più di cinquant’anni dopo, dal 2003 al 2011, sotto il nome di (Nuovo) Sud «Rivista europea. Periodico di cultura arte e letteratura», nuova edizione a cura di Eleonora Puntillo e Francesca Forlani, n° 1 e 2 nel 2003, n° 3 nel 2004, n° 4/5-6 nel 2005, n° 7-8 nel 2006 (Napoli, Libreria Dante & Descartes); n° 9-10 nel 2007, n° 11-12 nel 2008, n° 13 nel 2009, n° 14 nel 2010, n° 15 nel 2011 (Napoli, Edizioni Lavieri).^
43 La Voce,quotidiano napoletano diretto da Mario Alicata, Napoli, dal 1945 al 1948. ^
44 Città «Settimanale guida del cittadino», fondato da Pasquale Prunas (vicedirettore) nel 1949 e diretto da Guglielmo De Rosa, Napoli, Tipografia Dino Amodio, dal 22 marzo 1949 al 19 aprile 1949 (5 numeri, di difficile reperibilità).^
445 Terrazza, rivista diretta da Ugo Indrio, Napoli, Luigi Morsello Editore, Tipografia Amodio, dal 15 aprile 1949 al dicembre 1949 (9 numeri, di difficile reperebilità).^
46 Il Sagittario, Quaderno mensile di letteratura, musica ed arte, AA. VV, Napoli, Tipografia F.lli Armano, dal primo giugno 1949 al febbraio-marzo 1950, 10 numeri (tra cui uno doppio, numero 9-10).^
47 Delta, «Rivista mensile di cultura»,mensile poi trimestriale, fondata nel 1949, diretta successivamente da Guido Botta, poi Rocco Montano e Giulio Vallese, poi Aldo Rescio; Roma-Napoli, poi Napoli, poi La Spezia; Tipografia Artigianelli (1949), poi Conti Editore (1952), poi Tipografia Lunense (1965); prima serie dal 1949 al 1951, seconda serie dal 1952 al 1957, terza serie dal 1958 al 1963 (fascicoli di difficile reperibilità).^
48 Realtà, rivista fondata e diretta da Renato Cannavale, Napoli, prima serie dal 1951 al 1952, seconda serie dal 1954 al 1959. Ci fu anche una Realtà fiorentina dal 1953, chiamata Realismo lirico, ceduta a Gemma Licini e diretta da Aldo Capasso, da cui si staccò poi la Realtà napoletana (nuova serie).^
49 Nord e Sud, mensile di politica e di cultura, nota rivista meridionalistica italiana fondata a Napoli da Francesco Compagna nel dicembre 1954 e durata quasi trent’anni, diretta da Francesco Compagna, Milano, Mondadori Editore (poi Edizioni Scientifiche Italiane dal 1960). Si rinvia alla sintesi della linea editoriale che riunisce due articoli, Autobiografia di «Nord e Sud», di Francesco Compagna e GiuseppeGalasso, e Vent’anni, in un volume intitolato «Nord e Sud», quasi trent’anni, Napoli, Società editrice napoletana, 1985.^
50 Cronache meridionali, rivista mensile meridionalistica, diretta daMario Alicata, Giorgio Amendola e Francesco De Martino, Napoli, Gaetano Macchiaroli Editore, dal 1954 al 1956. Dal 1957, si succederanno, alla direzione della rivista, Gerardo Chiaromonte con Giorgio Napolitano, poi Luigi Incoronato con Paolo Ricci.^
51 Le Ragioni narrative, diretta da Michele Prisco. Op. cit. Sui percorsi critici proposti dalla rivista, si rinvia all’antologia «Le Ragioni narrative» 1960-1961 Antologia di una rivista, di Francesco D’Episcopo, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2013.^
52 IX Maggio: settimanale ufficiale del Guf di Napoli, fondato il 1° giugno 1940, diretto da Adriano Falvo, op. cit.^
53 Informazioni fornite da Valerio Caprara, il figlio di Massimo Caprara, direttore della rivista Latitudine, in occasione di un incontro svoltosi il 3 novembre 2016, Virginie Vallet, Napoli.^
54 Si rimanda ai diversi ritratti d’intellettuali appartenenti allo stesso gruppo di Raffaele La Capria in Napolitan Graffiti, Come eravamo, di Raffaele La Capria, Milano, Rizzoli, 1998.^
55 La descrizione di Luigi Compagnone qui riportata, non cerca di essere esaustiva, ma si ispira, il più fedelmente possibile, a quella fatta da suo figlio, Sandro Compagnone: Luigi Compagnone era un uomo di multiforme ingegno: giornalista, narratore, saggista, poeta, autore di testi di teatro (in cui recitò pure Giorgio Napolitano, ma i testi sono andati persi…). Amava molto la letteratura americana, Kafka e Maupassant. Del gruppo di intellettuali e amici di cui fa parte e che frequenta, apprezza e stima più particolarmente Giorgio Napolitano, Domenico Rea, Luigi Incoronato,Mario Pomilio,Michele Prisco, Pasquale Prunas e Eduardo De Filippo. Il suo rapporto col PC è un po’ complesso: vota PC, ma senza mai voler prendere la tessera del PC. Gli piacerebbe fare un PC italiano, indipendente dal PC sovietico, che condanna. Quasi cinquant’anni dopo, quando Antonio Bassolino (Pci) viene eletto per la prima volta come sindaco di Napoli nel 1993, Luigi Compagnone, fedele alla sua vena ironica e critica, si propone come «assessore al pessimismo della ragione». Per Luigi Compagnone, la città di Napoli è un’astrazione, che, a un certo punto, è uscita dalla storia. Era necessaria l’emergenza di una coscienza critica a Napoli. Purtroppo, l’ambiente culturale napoletano tendeva un po’ ad emarginarlo, forse perché non ha mai cercato di suscitare simpatia, forse perché preferiva la sincerità. La fine degli anni ’50 è segnata già da una certa delusione, per non dire disillusione e si nota già che la spinta verso nuovi ideali comincia a diminuire… Intervista a Sandro Compagnone, il 3 novembre 2016, Virginie Vallet, Napoli (non pubblicata).^
56 Molti autori sono stati costretti a vendere cani, sigarette, piatti e argenteria della famiglia Prunas ad esempio, per permettere alla rivista di “sopravvivere” per un altro po’ di tempo. Informazione raccolta in occasione dell’intervista a Raffaele La Capria, l’11 settembre 2015,Virginie Vallet, Roma (non pubblicata).^
57 Si rinvia a Napolitano, l’arte di governare le passioni, Paolo Franchi, tratto dall’archivio storico del Corriere della Sera del 22 febbraio del 2013: «È un disastro. Al Pci «Latitudine» sembra intrisa di ermetismo e decadentismo. la rivista cita ampiamente due scrittori come André Gide e André Malraux, che per i comunisti dell’epoca sono fumo negli occhi, due transfughi. Ai richiami all’ordine, Caprara reagisce iscrivendosi al Pci […]».^
58 Sulla biografia di Mario Alicata in quanto uomo politico e giornalista, si consiglia la consultazione dell’archivio della Fondazione Istituto Gramsci: «Membro designato del comitato centrale al V congresso del partito divenne membro effettivo dal VI congresso. Nel 1945 fu inviato dal partito comunista a Napoli a dirigere il quotidiano «La Voce». Membro della commissione meridionale del partito, della direzione della federazione di Napoli, nel 1946 fu eletto consigliere comunale in quella città. Svolse un’intensa attività politica nel Mezzogiorno. Eletto deputato nel 1948 fu nominato segretario regionale del partito comunista in Calabria. Sempre nel 1948 ebbe l’incarico di dirigere con G. Amendola il settimanale comunista «La Voce del Mezzogiorno». Fece parte della segreteria del comitato nazionale per la rinascita del Mezzogiorno», tratto da Altri archivi, Archivi di persone, Mario Alicata, fascc. 18 (1960-1966), presso La Fondazione Istituto Gramsci, a Roma.^
59 Si rinvia a La questione italiana. Il Nord e Sud dal 1860 ad oggi, di Francesco Barbagallo, Roma-Bari, Laterza, 2013.^
60 Editoriale, intitolato «La pedanteria dell’originalità», di Alfredo Galletti, in Realtà, rivista diretta da Renato Cannavale, Napoli, anno I, numero 5, settembre-ottobre 1951, pp. 1-2.^
61 «Messaggio della letteratura americana», Luigi Compagnone, in Latitudine, di Massimo Caprara, op. cit. ^
62 Ivi, p. 14 ^
63 Ivi, p. 15 ^
64 Ivi, p. 14: «[…] il commercio con le parole diventa, per Anderson, qualcosa di definitivo e di esatto. (“Le parole sono cose delicate che conducono alla poesia, o sono menzogne”). Poesia, in questo caso, significa appunto ricercare e ricreare un ordine dove prima era confusione e pericolo».^
65 Ivi, p. 15^
66 Si rinvia allo studio di Frédéric Attal, intitolato L’Institut Croce, la revue «Nord e Sud» et la diplomati e culturelle des fondations américaines (1946-1964). Histoire, sciences sociales et ‘guerre froide culturelle’ dans le Mezzogiorno italien, c) La naissance de l’expert en sciences sociales, in Storiografia, rivista annuale di storia, diretta da Massimo Mastrogregori, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, numero 14, 2010, p. 170.^
67 Tratto da Intervista sulla storia di Napoli, di Giuseppe Galasso, a cura di Percy Allum, op. cit., Capitolo 15. «Un problema aperto», p. 284.^
68 Ibid., V. «Cronache Meridionali»^
69 Prologo intitolato «Le ragioni di una rivista», in «Le Ragioni narrative» 1960-1961 Antologia di una rivista di Francesco D’Episcopo, op.cit., pp. 5-6. Francesco D’Episcopo ha conosciuto e frequentato molti di questi scrittori appartenenti al gruppo napoletano, quindi la sua analisi è da considerare anche testimonianza.^
70 Si rinvia al pensiero dello storico, intellettuale, nonché resistente Marc Bloch, nella sua opera Apologie pour l’Histoire ou Métier d’Historien [1949], edizione postuma da Marc Febvre – iniziata nel 1941 ma rimasta incompiuta per via della sua fucilazione dai nazisti, nel 1944, presso Lyon, in Francia – Paris, Armand Colin, 1997.^
71 Si pensa a Ermanno Rea, giornalista, scrittore, fotografo, autore tra l’altro del romanzo Mistero napoletano, Vita e passione di un comunista negli anni della guerra fredda [1995], op. cit., scomparso il 13 settembre 2016.^
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